Il Digital Lab “Paesaggio Culturale” è il museo etnografico interattivo che il Comune di Ferruzzano realizza nell’ambito del PNRR, per raccontare la storia, il territorio e la cultura materiale legati ai palmenti rupestri, le antiche vasche scavate nella roccia per la pigiatura dell’uva, di cui il territorio conserva oltre 130 esemplari censiti.
Il percorso si svilupperà in due ambienti: una sala con quattro postazioni digitali interattive dedicate alla storia del borgo, al territorio e alla mappa dei siti; una sala con l’allestimento fisico degli oggetti della civiltà contadina locale, e la riproduzione in scala di un palmento. I contenuti nascono da una ricerca storica e documentale condotta da Palazzo Spinelli per l’Arte e il Restauro ETS, in collaborazione con gli esperti del territorio locale.
Il museo sarà realizzato negli spazi dell’ex Comune di Ferruzzano, restaurati nell’ambito del progetto stesso.
All’ingresso, un corridoio introdurrà il visitatore al museo. La prima sala ospita quattro schermi interattivi organizzati in due coppie, attraverso cui si esplorano la storia del territorio per epoche, il patrimonio naturalistico, la mappa dei palmenti censiti e approfondimenti multimediali.
La seconda sala sarà dedicata alla dimensione materiale: oggetti e reperti della tradizione contadina, un pannello botanico su tredici piante del territorio e un modello tridimensionale di un palmento affiancato da un’illustrazione che ne spiega il funzionamento.
1.1.1 Un paesaggio di roccia e vento
Storia — Epoca 1: Preistoria (Dalla comparsa dell’uomo alla vigilia della colonizzazione greca – fino all’VIII sec. a.C.)
L1 — Sintesi introduttiva
Il territorio di Ferruzzano racconta la propria storia attraverso la roccia. Poco più di 18 chilometri quadrati, divisi in due fasce ben distinte: verso il mare, l’argilla grigia che d’estate si spacca in profonde fenditure e non trattiene l’umidità; verso le colline, arenaria giallastra che si sgretola facilmente, dando origine a un suolo sciolto e drenante.
Questa differenza è la ragione per cui i vigneti di Ferruzzano sono sempre stati sulle colline, mai sulla costa, ed è la stessa ragione per cui i palmenti (le vasche scavate nella roccia per pigiare l’uva) si trovano proprio lì: dove l’arenaria è abbastanza compatta da essere intagliata, ma abbastanza vicina alla vite da essere utile.
L2 — Approfondimento
Il comune di Ferruzzano è poco esteso, circa 18 chilometri quadrati, ma racchiude due ambienti geologici che non potrebbero essere più diversi. Sculli (2026) li descrive con precisione nella sua ricerca sul territorio:
«Il territorio del comune di Ferruzzano è costituito nella parte vicino al mare da terreni costituiti da una forte componente di argilla grigia, che in assenza di umidità in estate si caratterizzano per le notevoli fenditure delle parti in superficie che portano all’evaporazione dell’umidità dai terreni stessi.»
Questi terreni argillosi si comportano come una spugna: assorbono l’acqua d’inverno e la perdono d’estate, quando la superficie si crepa e il calore penetra in profondità. Per secoli sono stati coltivati a grano e cereali.
Le colline raccontano una storia diversa: l’arenaria che le compone è fatta di sabbie trasportate da vento, pioggia e fiumi nel corso di millenni. Come scrive Sculli, le arenarie «hanno scarsa resistenza per cui si disgregano facilmente, dando origine a terreni sciolti»: permeabili, arieggiati, adatti alle radici della vite.
Ciò che rende il territorio di Ferruzzano eccezionale è che la stessa arenaria serve due scopi complementari: nelle sue parti più friabili si disgrega in suolo agricolo, mentre nelle sue parti più compatte fornisce la materia prima per scolpire i palmenti. La roccia è insieme il campo e lo strumento.
È probabile che Locresi al loro arrivo, abbiano scelto di svilupparsi verso le colline, ripulendo i terreni delle pietre, con le quali costruirono i muri a secco (armacere) che sorreggono ancora oggi le fasce terrazzate, chiamate rasule. Dalle grandi rocce rimaste scolpirono i palmenti. Dall’osservazione del territorio emerge, come nota Sculli, che «dall’antichità ad oggi, tali territori venivano usati solo per coltivazioni legate alla piovosità autunnale, invernale e tardo-primaverili» nella fascia costiera, mentre la viticoltura è sempre rimasta sulle colline. La distribuzione dei circa 160 palmenti rupestri del comune, tutti in posizione collinare, mai sulla costa, è la conferma più diretta di questa logica millenaria.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
1.1.2 La vite prima del vigneto
Storia — Epoca 1: Preistoria (Dalla comparsa dell’uomo alla vigilia della colonizzazione greca – fino all’VIII sec. a.C.)
L1 — Sintesi introduttiva
Prima che qualcuno piantasse un vigneto sulle colline di Ferruzzano, la vite cresceva già lì da sola. Le viti selvatiche (Vitis vinifera sylvestris), infatti, si arrampicavano da tempo immemore sulle querce del bosco di Rudina cercando la luce in cima agli alberi, producevano grappoli selvatici, e per migliaia di anni fornirono uve che qualcuno pigiava nei palmenti più antichi del territorio.
Questa vite selvatica è sopravvissuta ai millenni, ed è ancora qui: nel nostro bosco di Rudina, oggi Sito di Interesse Comunitario, sopravvivono a stento gli ultimi esemplari di una popolazione che un tempo contava migliaia di piante.
L2 — Approfondimento
La vite selvatica non è una sola cosa. Sculli (2026), che ha studiato e censito le piante del bosco di Rudina nel corso di decenni, ci ricorda che
«Le viti silvestri si dividono in maschili, che impollinano le viti femminili, le viti femminili, che ricevono il polline da quelli maschili e le viti ermafrodite che non hanno bisogno di essere impollinate da quelle maschili.»
Quando gli esseri umani cominciarono a selezionare le viti da coltivare, scelsero le ermafrodite: autonome, produttive, capaci di fruttificare senza dipendere da un altro esemplare. Ogni bottiglia di vino prodotta oggi discende da quella scelta fatta dai proto-viticoltori di tanti secoli fa.
Nel nostro territorio questa storia si sviluppa in un punti preciso: i palmenti più interessanti nel territorio di Ferruzzano sopravvivono nel bosco di Rudina, un’area che negli anni Ottanta del Novecento è stata dichiarata Sito di Interesse Comunitario per la presenza di specie vegetali rare. Qui, nei lunghi secoli, le viti selvatiche si arrampicavano sulle querce cercando la luce, e le loro uve venivano raccolte e pigiate nei palmenti che ancora oggi possiamo ritrovare trai sentieri del bosco.
La vite selvatica ha però bisogno dell’albero come sostegno vivo. Quando nel 1937 il bosco fu tagliato completamente, eliminando querce antichissime (tra cui quella del Maro Juda che, nel ricordo di Bruno Cidoni, «a malapena l’abbracciavano cinque adulti») venne meno il supporto e con esso la possibilità di vinificare le uve selvatiche. Come documenta Sculli, «smise la vinificazione delle uve delle viti silvestri perché mancò il sostegno vivo per esse, che vanno alla ricerca della luce in cima agli alberi alti che furono anche tagliati».
Oggi nel bosco di Rudina sopravvivono a stento le tre varietà di vite selvatica. Pochi esemplari, in un bosco parzialmente ricresciuto, testimoni di una presenza che prima del 1937 contava migliaia di piante. Sono l’ultimo legame vivente con la viticoltura più antica di Ferruzzano, quella che precedeva i Locresi ed i palmenti intagliati.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
1.1.3 I popoli prima dei Greci
Storia — Epoca 1: Preistoria (Dalla comparsa dell’uomo alla vigilia della colonizzazione greca – fino all’VIII sec. a.C.)
L1 — Sintesi introduttiva
Prima che i coloni greci arrivassero allo Zefirio, la Calabria era già abitata: le fonti antiche ricordano popolazioni quali gli Enotri, i Siculi, i Pelasgi, e una traccia di quella presenza è incisa nel nome stesso della regione: la Calabria centro-settentrionale veniva chiamata Enotria, “terra del vino”, dal greco oinos.
Lo storico Dionisio di Alicarnasso racconta che a guidare i primi coloni dall’Arcadia fu Enotro, figlio di Licaone, diciassette generazioni prima della guerra di Troia. Quando i Locresi sbarcarono allo Zefirio nel VII secolo a.C., trovarono dunque una terra che probabilmente già produceva vino, e popoli che ne conoscevano il segreto. I reperti preistorici emersi nelle contrade di Iuderiu e Pinifa, scaglie di ossidiana e ceramica non tornita, confermano che le colline di Ferruzzano erano abitate da molto prima dell’arrivo dei Greci.
L2 — Approfondimento
Le fonti greche e romane concordano nel descrivere la Calabria pre-ellenica come una terra abitata e già vocata alla viticoltura. Sculli (2002) ricostruisce la situazione:
«Probabilmente, in Calabria la coltivazione della vite preesisteva all’arrivo dei greci, se dobbiamo giudicare dal nome con cui veniva chiamata precedentemente la Calabria centro-settentrionale: Enotria o terra del vino. Tale parola contiene il termine greco oinos (vino), per cui si presuppone che la Calabria fosse abitata prima della colonizzazione da popoli preellenici o protoellenici, che avevano lasciato la Grecia.»
La testimonianza più articolata viene da Dionisio di Alicarnasso, storico greco del I secolo a.C., che nelle sue Antiquitates Romanae racconta l’arrivo del primo gruppo di coloni: Enotro, figlio di Licaone, fu il condottiero che «diciassette generazioni prima della guerra di Troia aveva guidato una flotta di coloni dall’Arcadia verso l’Ausonia, l’attuale Calabria; da Enotro la terra colonizzata fu detta Enotria. Probabilmente gli enotri introdussero la coltivazione della vite». Diciassette generazioni prima della guerra di Troia, secondo i calcoli antichi, significa risalire intorno al XVII secolo a.C., un orizzonte cronologico straordinario che colloca le origini della viticoltura calabrese in un’epoca contemporanea delle prime civiltà egee.
Accanto agli Enotri, la tradizione antica ricorda altri popoli: i Siculi, che secondo Antioco di Siracusa dalla Calabria attraversarono lo stretto per popolare la Sicilia, e i Pelasgi, ai quali si attribuiva la diffusione delle prime tecniche agricole nel Mediterraneo. Sono nomi, più che identità precise: sotto la categoria di “Enotri” probabilmente vissero gruppi etnici diversi, accomunati dall’aver preceduto i Greci storici sulle stesse terre.
Nel territorio di Ferruzzano, la presenza umana preistorica è comunque confermata da diversi ritrovamenti. In contrada Iuderiu, l’esplorazione condotta da Gigi Sacca, collaboratore della Soprintendenza Archeologica di Reggio Calabria, ha portato alla luce «cinque scaglie di ossidiana, una trentina di frammenti di selce, una ventina di frammenti di ceramica non tornita, del neolitico o quanto meno del periodo protostorico». Negli anfratti rocciosi nei pressi di Pinifa, sulla pista che porta al fontanile, altre due scaglie di ossidiana e frammenti di ceramica grezza testimoniano una frequentazione neolitica del territorio.
Fonti: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano (2002); Dionisio di Alicarnasso, Antiquitates Romanae, Lib. I; Antioco di Siracusa
1.1.4 Il palmento nel mondo antico
Storia — Epoca 1: Preistoria (Dalla comparsa dell’uomo alla vigilia della colonizzazione greca – fino all’VIII sec. a.C.)
L1 — Sintesi introduttiva
Il palmento di Ferruzzano è l’ultimo erede di un gesto tecnico vecchio di tremila anni, praticato lungo tutto il Mediterraneo: dalla Mesopotamia all’Egitto, dalla Palestina alla Tracia, da Malta alla Calabria.
Il nome stesso ci dà un indizio: palmento viene dal latino pavimentum, qualcosa di compattato, battuto. Tuttavia l’oggetto è più antico della parola; esempi di vasche scavate nella roccia, divise in due livelli comunicanti, dove l’uva veniva pigiata a piedi nudi e il mosto scendeva nella vasca inferiore compaionoin Egitto nel XIV° sec. a.C., nella Bibbia, in Grecia, in Bulgaria, a Malta.
Quando i Locresi scavarono i palmenti sulle colline di Ferruzzano, stavano ripetendo un gesto già antico di mille anni.
L2 — Approfondimento
«Il termine palmento che indica le vasche di vinificazione, preposte alla trasformazione dell’uva in mosto, deriva dal latino “pavimentum” che indicava qualcosa di compattato che poi passò a significare pavimento.»
Gli oggetti, le vasche, precedono tuttavia di molti secoli la parola che adesso utilizziamo per identificarli. Sculli (2026) documenta come i palmenti compaiano già nell’Egitto dell’Antico Regno (2700–1192 a.C.), dove la vite era stata introdotta dalla Mesopotamia e dal Caucaso. La testimonianza più precisa viene da «da una pittura parietale di una tomba al tempo del faraone Thutmosi IV della XVIII dinastia, che regnò all’incirca dal 1398 a.C. al 1388 a.C., viene rappresentata la calcatura dell’uva ricavata da viti allevate a pergolati, in un palmento diviso in due vasche». Lo stesso gesto che si compiva sulle colline di Ferruzzano tremila anni dopo.
La diffusione del palmento nel Medio Oriente è attestata anche dalla Bibbia. Il Vangelo di Marco (12,1), infatti, descrive una parabola di Gesù in cui «un uomo piantò una vigna e le fece attorno una siepe e vi scavò un luogo (palmento) da spremere l’uva»: segno che la vasca rupestre era un elemento così comune da diventare metafora comprensibile a chiunque. Tuttavia, Sculli nota che «nel Medioriente i palmenti scavati nella roccia erano diffusissimi, ma di essi permangono pochi esemplari, in quanto essendo il simbolo del vino, vietato dal Corano, furono distrutti in tutte le aree islamizzate, a partire dal VII secolo d.C.»
La diffusione verso occidente segue la via del vino. Nei territori dell’antica Tracia, l’odierna Bulgaria, i palmenti scavati nella roccia sono «tanto somiglianti a quelli calabresi». A Malta, scrive Sculli, «abbiamo dei palmenti curatissimi», in un’isola che fu al centro di una civiltà raffinata i cui templi megalitici precedettero le piramidi di Giza. Il modello tecnico è identico ovunque: «una vasca superiore dove veniva calcata l’uva a piedi nudi da parte dei “calcatores” (pigiatori), come in seguito li definirono i romani, e una vasca sottostante più piccola dove veniva recuperato il mosto; al centro di tutte le vasche abilitate ad accogliere il mosto, esisteva un’ulteriore e minuscola cavità che consentiva di attingere il prezioso liquido fino alla fine.»
Quando i coloni greci scavarono i palmenti sulle colline di Ferruzzano, insomma, non inventarono nulla: «furono migliaia i palmenti scavati nella roccia, che ripeterono i moduli del Medio Oriente, della Tracia e della Grecia». Ferruzzano è quindi un nodo, tra i più integri sopravvissuti, di una rete tecnologica e culturale che attraversa il Mediterraneo da tremila anni.
Fonte: Orlando Sculli, La via del vino dall’oriente all’occidente – storia dei palmenti del Mediterraneo; Vangelo di Marco 12,1; pittura parietale della tomba di Thutmosi IV
1.2.1 I Locresi
Storia — Epoca 2: Età antica (Dalla colonizzazione greca alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente – VIII sec. a.C. – 476 d.C.)
L1 — Sintesi introduttiva
Alla fine dell’VIII o agli inizi del VII° sec. a.C., coloni provenienti dalla Locride Ozolia (una regione della Grecia continentale) sbarcarono sul promontorio dello Zefirio, l’odierno Capo Bruzzano. Guidati dal leggendario eroe Evante, fondarono la colonia di Locri Epizefiri, destinata a diventare una delle città più influenti della Magna Grecia.
I Locresi non erano certo esploratori improvvisati: appena arrivati, studiarono il territorio con attenzione, scartando i terreni argillosi della costa e scegliendo invece le colline dell’entroterra, dove l’arenaria si sgretola in suolo sciolto e drenante, adatto alla coltivazione vite. Lì piantarono i vigneti, costruirono i muri a secco, scavarono nella roccia i alcuni dei palmenti che ancora oggi possiamo ammirare nel nostro territorio.
Quelle stesse colline dove i Locresi misero piede (Suveri, Judario, Stroffa, Prati, Zaccaria e le altre) sono oggi le contrade di Ferruzzano.
L2 — Approfondimento
Come ci ricorda Sculli (2026) «all’arrivo i Locresi studiarono il territorio e scartarono subito l’ipotesi di utilizzare i terreni argillosi per impiantare i vigneti e scelsero di conseguenza i terreni dell’entroterra, costituiti da terreni sciolti nati dallo sfarinamento dell’arenaria giallastra che caratterizza il paesaggio del comune di Ferruzzano e lì impiantarono i loro vigneti, che ripulirono delle pietre d’arenaria con cui costituirono i muri a secco o armacere, che orlarono le fasce o rasule.»
Dalle rocce più compatte, quelle meno friabili, ricavarono poi i palmenti. Il palmento (chiamato in greco lanòs, forma dorica del termine, ancora in uso nell’area grecanica dell’Aspromonte) era costituito in prevalenza da due vasche comunicanti: il buttìsco in alto, dove veniva calcata l’uva, e la vasca detta pinaci in basso, dove veniva prelevato il mosto. Al centro del pinaci si apriva il fundello, una cavità ulteriore che consentiva di attingere il prezioso liquido fino all’ultima goccia.
L’esito di quel lavoro è ancora leggibile nel nostro paesaggio: «il comune di Ferruzzano è dotato da circa 160 palmenti – ci ricorda Sculli – scavati nella roccia, creati in prevalenza dai locresi, che sbarcarono agli inizi del VII secolo a.C.». Allargando lo sguardo all’intero territorio tra la fiumara di Bruzzano, l’antico Caicino, e la fiumara di Bonamico, i palmenti rupestri sono circa 700. L’intera area collinare del comune è caratterizzata dalla presenza di palmenti nelle seguenti contrade: Prati, Judario, Suveri, Carusa, Masina, Stroffa, Saccuti, Schiavone, Gurni, S. Pietro, Naturale, Piraino, Badia di Ferruzzano, Strangio, Carruso, Valentino, Trapani, Serro del Palo, Carrì, Vrivara, Zaccaria.
I palmenti erano parte di una complessa infrastruttura produttiva: «tutte le contrade erano servite fino sessanta anni addietro da strade selciate che delimitavano aree centuriate, che ospitavano i vigneti e probabilmente in un certo periodo, quando le uve erano mature, i preposti ad essi, in contemporanea cominciavano a vendemmiare e a produrre mosto, che divenuto vino, versavano nelle anfore che sigillavano e consegnavano a dei funzionari e a dei collettori abilitati a tale funzione». Una strada a lunga percorrenza attraversava l’intero territorio, collegandosi a nord con il tracciato locrese già identificabile nel comune di Bianco, e scendendo a sud verso la Rocca degli Armeni, Staiti, Palizzi e Bova.
Le prove materiali confermano questa datazione: nei pressi dei palmenti emergono infatti frammenti di embrici e di pithoi locresi, e in contrada Buccì, dopo un violento incendio, affiorarono frammenti di ceramica locrese a figure nere e un frammento di vaso corinzio.
(Fonti: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti; Il vino nella Calabria Ionica dal periodo ellenico al Tardo Antico)
1.2.2 Il vino Caicino
Storia — Epoca 2: Età antica (Dalla colonizzazione greca alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente – VIII sec. a.C. – 476 d.C.)
L1 — Sintesi introduttiva
Il fiume che scorre tra le colline di Ferruzzano e Bruzzano si chiamava nell’antichità Caicino. Da quel nome prendeva il nome anche il vino più famoso dei Locresi: il Caicino, appunto. Lo cita Tucidide, il più grande storico dell’antica Grecia, in un passo della sua opera La Guerra del Peloponneso. Lo paragona al Falerno, il vino più pregiato di Roma, anche uno scrittore egizio del II-III secolo d.C., Ateneo di Naucrati.
Per duemila anni è rimasto un mistero: nessuno ha capito dove si producesse questo vino leggendario.
Gli studiosi lo cercavano in Campania, vicino al Falerno, fino a quando lo studioso locale Orlando Sculli ha dimostrato che il Caicino veniva prodotto qui, nell’area dei palmenti tra la fiumara di Bruzzano e il Bonamico; proprio sulle stesse colline di Ferruzzano.
L2 — Approfondimento
C’è una catena logica e storica che collega l’antico fiume Caicino all’omonimo vino, ed il vino stesso al territorio. Così ce lo ricorda Sculli: «per quanto riguarda il nome del vino più famoso dei Locresi ce lo indica indirettamente Ateneo di Naucrati nella sua opera “Sofisti a banchetto”, dove accenna al “Caicino”, “vino nobile e generoso simile al Falerno” e tutti i grandi studiosi del vino dell’antichità, lo considerano un vino della Campania, in quanto il Falerno, il principe dei vini romani, era prodotto in Campania e per accostamento pensano che il Caicino fosse prodotto proprio in Campania.»
L’errore degli studiosi, spiega Sculli, è stato nel non aver identificato il Caicino con il corso d’acqua locrese: «gli storici invece identificano il Caicino con la fiumara di Bruzzano o con la fiumara La Verde, in quanto lo menziona addirittura Tucidide nella sua opera storica “La guerra del Peloponneso”, riferendosi ad una fortezza dei locresi attaccata dagli ateniesi, sul fiume Caicino posta sicuramente nell’area territoriale dei comuni di Ferruzzano, di Bruzzano, Caraffa e Sant’Agata del Bianco, dove insistono circa quattrocento palmenti scavati nella roccia, buona parte dei quali ricavati nel periodo ellenico».
I vini della Locride avevano delle caratteristiche peculiari che li rendevano adatti al commercio “internazionale” del tempo. Resistevano infatti ai lunghi viaggi per mare grazie a due tecniche: i passiti, vini dolci ad alto grado alcolico, si conservavano naturalmente; gli altri venivano trattati con pece, usata anche per impermeabilizzare le anfore che li trasportavano. Come scrive Sculli, «la pece delle montagne locresi, ossia la “pece naricia”, era la migliore di tutto il Mediterraneo». Le anfore del tipo MGS (Magna Graecia Sigillata) erano il mezzo di questa esportazione: recuperate in frammenti nei pressi dei palmenti di Ferruzzano e in tanti porti del Mediterraneo, sono la prova materiale che il vino di queste colline raggiungeva mercati lontanissimi.
I legami tra il Caicino antico e Ferruzzano sono sopravvissuti ai secoli. Sculli racconta come, negli anni ’90 del Novecento, abbia prelevato da una vigna marginale ormai scomparsa un tralcio di Lacrima Cristi di Ferruzzano:
«In vista dell’antico Caicino (fiumara di Bruzzano), da una vigna marginale ora inesistente, una trentina d’anni addietro ho prelevato un tralcio della Lacrima Cristi di Ferruzzano, che analizzato da un ricercatore della facoltà di agraria di Portici, sede distaccata della Federico II di Napoli, risultò nel DNA simile alla Coda di Volpe, dalle cui uve in Campania ricavano un vino archeologico, forse il Falerno».
Fonti: Orlando Sculli, Il vino nella Calabria Ionica dal periodo ellenico al Tardo Antico; Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti; Ateneo di Naucrati, Sofisti a banchetto; Tucidide, La guerra del Peloponneso.
1.2.3 Roma e le ville rustiche
Storia — Epoca 2: Età antica (Dalla colonizzazione greca alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente – VIII sec. a.C. – 476 d.C.)
L1 — Sintesi introduttiva
Quando Roma sconfisse definitivamente Cartagine nel 202 a.C., il Bruzio (l’attuale Calabria) era un territorio svuotato delle sue risorse e della sua popolazione. Vent’anni di guerra, infatti, avevano lasciato i campi abbandonati e città spopolate. I palmenti sulle colline di Ferruzzano erano ancora lì, scavati nella roccia, ma le mani che li avevano usati per secoli erano sparite.
Fu allora che Roma trasformò questa terra, grazie agli ingenti capitali di una nuova classe di imprenditori (gli argentarii) che videro nella costa ionica il posto migliore dove investire. Costruirono ville enormi, le cosiddette ville rustiche, e dettero nuova vita ai vecchi vigneti. Dalle stesse colline che i Locresi avevano dissodato secoli prima, il vino riprese a viaggiare verso tutto il Mediterraneo.
L2 — Approfondimento
Prima di capire come Roma trasformò il territorio della Locride, bisogna capire cosa successe durante la guerra che la precedette. Nel 215 a.C., dopo la catastrofe di Canne, Annibale inviò nel Bruzio il suo luogotenente Annone; Locri, pressata dai Bretti, si arrese ai Cartaginesi. Secondo le condizioni dell’accordo i Locresi avrebbero vissuto liberi seguendo le proprie leggi, la città sarebbe rimasta aperta ai Cartaginesi e «portus in potestate Locrensium esset»: il porto rimaneva sotto il controllo locrese. Annibale aveva scelto Locri come punto di sbarco dei rifornimenti che attendeva da Cartagine e dalla Macedonia: il porto della Locride era l’unico scalo ionico abbastanza attrezzato per ricevere navi da guerra e navi da carico. Quella posizione geografica (già nota ai Locresi e usata dai Greci per esportare il vino Caicino in tutto il Mediterraneo) era ancora strategica a distanza di secoli.
Nel 205 a.C. il generale romano Scipione conquistò Locri, la città divenne municipium romano e perse progressivamente la propria autonomia politica. Tuttavia, la sua infrastruttura portuale e viticola restò intatta; Sculli descrive con precisione la trasformazione che seguì:
«Dopo la II guerra punica, la Calabria, spopolata per le numerose battaglie che vi erano state combattute, fu scelta come area d’investimento dalla classe degli “argentarii”, ossia degli ex mercanti che si erano arricchiti mettendosi al servizio dello stato durante la Seconda Guerra Punica, rifornendo l’esercito con preziosi carichi di alimenti, e poi si trasformarono in imprenditori agricoli, che privilegiarono la viticoltura, la più redditizia, specie nell’area della costa ionica.»
Qui assistiamo ad un cambio di scala della produttività agricola. I Locresi, infatti, producevano vino in centinaia di palmenti distribuiti su venti contrade, ciascuno gestito da singoli agricoltori o famiglie. Gli argentarii romani introdussero invece le villae rusticae: grandi complessi produttivi specializzati, con manodopera concentrata, capacità di stoccaggio enormi e accesso diretto al mare per l’esportazione.
Il modello più eloquente di questo sistema è la Villa Romana di Palazzi di Casignana, la più rappresentativa sulla costa ionica calabrese. Come scrive Sculli:
«Sulla costa ionica di tutta la Calabria fiorirono le ville rustiche specializzate nel settore della vite, di cui la più rappresentativa appare la Villa Romana di Palazzi di Casignana (R.C.) che si estendeva dal mare all’entroterra forse per migliaia di ettari, mentre i suoi edifici sorgevano su circa 15 ettari e le strutture erano fornite da due terme, da una sauna, da sale di rappresentanza, da laboratori per la costruzione di attrezzi agricoli, per la preparazione di vestiari, edifici per lo stoccaggio dei prodotti agricoli ecc.; utilizzava un approdo per esportare i suoi prodotti.»
Nei mosaici della villa «spiccano i simboli del vino», e le numerose anfore di tipo Dressel rinvenute confermano che la produzione era destinata all’esportazione su larga scala. Le anfore Dressel erano il sistema logistico del vino romano nel Mediterraneo: standardizzate nella forma e tutte marcate, erano il corrispettivo antico dei nostri moderni sistemi di tracciabilità.
I palmenti di Ferruzzano non sparirono quindi con l’arrivo di Roma. Come nota Sculli, «naturalmente anche nel periodo romano ne furono scavati altri, talvolta più grandi di quelli ellenici, in quanto la produzione vinicola romana fu di molto più grande, dovendo servire un’utenza più vasta». I Romani chiamavano la vasca di pigiatura calcatorium e lo strumento di premitura torcularium, traducendo in latino le funzioni che i Greci avevano già denominato lanòs.
Fonti: Orlando Sculli, Il vino nella Calabria Ionica dal periodo ellenico al Tardo Antico; Orlando Sculli, La via del vino dall’oriente all’occidente; Tito Livio, Ab Urbe Condita, XXIV, 1
1.2.4 Il territorio della Locride in età imperiale
Storia — Epoca 2: Età antica (Dalla colonizzazione greca alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente – VIII sec. a.C. – 476 d.C.)
L1 — Sintesi introduttiva
Con la fine delle guerre puniche e la trasformazione di Locri in municipium romano, il territorio della Locride entrò in una lunga stagione di prosperità, continuando a fare la cosa che sapeva fare meglio da secoli: produrre vino.
Per quasi settecento anni, dall’età augustea fino alla crisi del VII secolo d.C., le colline di Ferruzzano e della Locride restarono tra le più produttive della costa ionica. I palmenti scavati dai Locresi lavorarono ininterrottamente sotto i Romani, poi sotto i Goti, poi sotto i Bizantini. Il vino cambiava, ma la roccia in cui veniva pigiato era sempre la stessa.
L2 — Approfondimento
Mentre il resto dell’impero romano attraversava nei secoli III-V d.C. una crisi sempre più profonda (invasioni barbariche, instabilità politica e crollo demografico) la costa ionica della Calabria godette di una condizione privilegiata. Come scrive Sculli:
«Il Tardo Antico, collocato da alcuni storici tra il III secolo d.C. fino al VII, rappresentò un periodo felicissimo per la storia del vino della nostra terra, anche in seguito alla detassazione di esso nel periodo di Diocleziano, ma successivamente, nel pieno della crisi dell’impero in seguito alle invasioni barbariche, tutta la costa ionica della Calabria fu esente da devastazioni dovute a passaggi di eserciti, tranne che per le brevi incursioni dei Vandali nel V secolo d.C. e quelle dei Longobardi nel VI, limitate però alla Calabria settentrionale.»
La detassazione del vino voluta da Diocleziano alla fine del III secolo fu un grande stimolo produttivo: i produttori della Locride videro aumentare i margini e, con essi, la convenienza a mantenere e ampliare i vigneti. Le anfore di tipo Keay LII (il sistema logistico del vino tardoantico) sono state rinvenute in porti di tutto il Mediterraneo orientale e occidentale: dal Medio Oriente al Nord Africa, testimonianza materiale che il vino del Bruzio continuava a raggiungere mercati lontanissimi.
Sul piano urbano, Locri aveva perso la propria autonomia politica da secoli ma non la propria rilevanza: secondo lo storico antico Procopio di Cesarea, nel VI secolo d.C., la descriveva ancora come una città di dimensioni significative. La missione archeologica dell’Università di Torino, attiva a Locri Epizefiri da oltre cinquant’anni, ha documentato un articolato palinsesto che copre senza interruzioni dalla fondazione greca alla trasformazione in municipium romano fino all’abbandono definitivo nel VII secolo. I reperti di età imperiale (principalmente strutture termali e testimonianze monumentali nel complesso del Casino Macrì) mostrano una città che si romanizzò e rimase florida per secoli.
La prova più eloquente della vitalità produttiva di questo territorio in età tardoantica viene da una fonte di altissimo rango: Cassiodoro di Squillace, ministro del re goto Teodorico, che regnò dal 489 al 526 d.C. Sculli riporta la testimonianza:
«La testimonianza ci deriva da Cassiodoro di Squillace, ministro di Teodorico, re degli Ostrogoti: “Si osservano bene le abbondanti vendemmie, la ricca messe trebbiata nelle aie, nonché l’aspetto dei verdi ulivi.”»
Cassiodoro incaricò il funzionario Anastasio, cancelliere della Lucania e del Bruzio, di trovare per la mensa di Teodorico il Palmaziano, un vino che non si trovava a Squillace e che, come suggerisce Sculli, «forse significava il vino dei palmenti», prodotto probabilmente nell’area della Locride meridionale:
«…”aspro, ma piacevole per la sua soavità… Sebbene sembri essere l’ultimo dei vini del Bruzio tuttavia è stato considerato eccellente da quasi tutti… Esso è simile al Gazeto e al Sabino ed è singolare per l’odore eccellente.”»
Il Gazeto, aggiunge Sculli, era un vino ricavato da un vitigno proveniente da Gaza in Palestina , segno che sulla costa ionica, ancora nel VI secolo, si coltivavano varietà di origine orientale arrivate probabilmente con i commerci di età greca e romana. Il Sabino era invece un vino laziale considerato secondo solo al Falerno: paragonare il Palmaziano a questi due vini significava collocarlo tra i migliori del Mediterraneo.
Questa lunga stagione di prosperità si chiuse per un evento lontanissimo da queste terre; come scrive Sculli:
«Cominciò a venir meno quando le armate islamiche dei califfi sconfissero nel 636 l’esercito bizantino guidato dall’imperatore Eraclio nei pressi del fiume Yarmuk, dilagando poi in tutta l’Africa settentrionale e attraversando lo stretto di Gibilterra nel 711, raggiunsero i Pirenei; la perdita del mercato dell’Africa settentrionale ne determinò la crisi.»
Il Mediterraneo si spezzò in due: i mercati che per mille anni avevano comprato il vino della Locride (quindi Egitto, Nordafrica, Medio Oriente) chiusero per un decreto religioso, ed il vino di Ferruzzano non aveva più dove andare.
Fonti: Orlando Sculli, Il vino nella Calabria Ionica dal periodo ellenico al Tardo Antico; Cassiodoro Senatore, Lettere scelte, Frama Sud S.P.A., Chiaravalle Centrale, 1981; Dipartimento di Studi Storici, Università degli Studi di Torino, Missione Archeologica di Locri Epizefiri
1.3.1 I monaci e i vigneti sacri
Storia — Epoca 3: Medioevo (476 – 1492)
L1 — Sintesi introduttiva
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, le colline di Ferruzzano ambiarono i padroni, ma non smisero di produrre vino. Nel IV-V sec. d.C. arrivarono i monaci basiliani, seguaci della regola di San Basilio di Neocesarea, che gestivano i loro poderi secondo la loro Regola.
In quei poderi cresceva un ulivo speciale, la leucolea dalle olive candide, dal quale si ricavava l’Olio del Krisma, usato per le unzioni dei funzionari imperiali bizantini e dei prelati. È all’incirca in questo periodo, nell’epoca bizantina, che qualcuno incise dei segni sui palmenti di pietra: una croce greca su un globo, una piccola croce a bracci uguali sopra il foro tra le vasche, che ancora possiamo quando andiamo a spasso nel nostro territorio.
L2 — Approfondimento
Sculli ha dedicato anni alla ricerca di un biotipo rarissimo di ulivo, la leucolea, le cui olive a maturazione rimangono candide. La sua indagine lo ha portato a ricostruire il ruolo di questo ulivo nel sistema monastico della Locride medievale:
«Nel territorio della Locride si raccontava che nei poderi dei monasteri basiliani, appartenenti all’ordine di S. Basilio di Neocesarea sul Ponto esisteva un biotipo di ulivo che a maturazione produceva olive candide e che era considerato sacro.»
Il defunto Bruno Casile, studioso ellenofono di Bova, aveva trasmesso a Sculli la spiegazione di questa sacralità: la leucolea «veniva piantata solo nei campi dei monasteri greco-ortodossi, perché se ne ricavasse l’olio del Krisma, ossia quello che serviva per le unzioni dei funzionari imperiali bizantini e dei prelati». Il controllo era rigido: «altri riferivano che nei poderi appartenenti ai monasteri i coloni o gli affittuari non potevano raccogliere le ulive, in quanto bisognava consegnarle ai monasteri stessi che si preoccupavano di ricavare l’olio delle funzioni religiose più importanti».
Nel territorio di Ferruzzano e della Locride Sculli ha individuato e salvato esemplari di questa varietà a Ferruzzano, Bianco, Mammola, Gerace, Ardore e Staiti, quest’ultimo a trenta metri dall’abbazia basiliana di Santa Maria di Tridetti. Nel dicembre 2011 un esemplare è stato piantato nei Giardini Vaticani.
La presenza bizantina nel territorio di Ferruzzano è incisa nella roccia stessa dei palmenti, e nel nosrto territorio possiamo trovare almeno tre casi distinti:
In contrada Stroffa, su uno dei palmenti più antichi, è impressa «la croce di Giustiniano, costituita da una croce greca poggiante su un globo, che simbolicamente significava che il potere della chiesa greco-ortodossa sovrastava quello temporale; del resto l’imperatore, in questo caso Giustiniano, era depositario di ambedue i poteri».
Vicino all’abitato di Ferruzzano Superiore, un palmento databile al periodo bizantino porta incisa «sopra il buco di comunicazione tra le due vasche, una minuscola croce a bracci uguali». In contrada Rosario, un altro palmento è anch’esso «dotato di una minuscola croce bizantina sopra il foro di comunicazione tra le due vasche».
In contrada Prati, infine, dove sorgeva il convento di San Nicola, avvolto oggi in «un’enorme siepe di rovi», uno dei sette palmenti della contrada porta una croce francescana, «secondo il defunto Domenico Minuto», interessante testimonianza che la sacralizzazione dei palmenti proseguì anche dopo il periodo basiliano, nel Medioevo latino.
Nei pressi della Rocca degli Armeni, lungo una strada selciata a lunga percorrenza, sorge (o meglio sorgeva) il monastero di Santa Domenica, «forse bizantino, che negli anni 60 del Novecento è stato distrutto per recuperare all’agricoltura un migliaio di metri quadri». Accanto al sito del monastero, un palmento reca incisa una croce bizantina. Una perdita irreversibile che Sculli documenta con amarezza: quei metri quadri «sarebbero stati indispensabili per indagarli dal punto di vista archeologico».
(Fonti: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti)
1.3.2 La vigna di Judario
Storia — Epoca 3: Medioevo (476 – 1492)
L1 — Sintesi introduttiva
A poche centinaia di metri dall’abitato antico di Ferruzzano, una contrada porta ancora oggi un nome che racchiude un’intera storia: Iuderiu, “villaggio degli ebrei”. Una cartina del 1783 conferma la presenza ebraica con due toponimi adiacenti, Vallone del Giudeo e Portello del Giudeo.
Tra il VI e il XV secolo, ebrei (assieme ad armeni e siriaci) si erano insediati nella vallata di Bruzzano nei flussi migratori dall’Oriente bizantino. Producevano vino accanto ai cristiani, probabilmente nelle stesse vasche di pietra: gli stessi palmenti locresi servivano sia la viticoltura comune sia quella delle famiglie ebree. Furono gli editti aragonese e spagnolo, alla fine del Quattrocento, a chiudere questa lunga convivenza.
L2 — Approfondimento
La presenza ebraica nel territorio di Bruzzano è documentata da vari indizi: toponomastica, archeologia e fonti scritte. Sculli (2002) ricostruisce il quadro:
«La componente ebraica è desumibile dal toponimo ricadente nel comune di Ferruzzano, Iuderiu, che significherebbe “villaggio degli ebrei”. Una cartina della fine dei Settecento riporta Portello del Giudeo e Vallone del Giudeo ed avvalora tali ipotesi.»
L’insediamento occupava un’area di circa dieci ettari intorno alla contrada Iuderio ed è stato esplorato di recente da Gigi Sacca, collaboratore della Soprintendenza Archeologica di Reggio Calabria. I reperti raccontano una frequentazione lunghissima: «cinque scaglie di ossidiana, una trentina di frammenti di selce, una ventina di frammenti di ceramica non tornita, del neolitico o quanto meno del periodo protostorico, frammenti di embrici greci e romani, tre frammenti dipinti medievali, ad invetriata, i resti di una lucerna di ceramica grezza, di periodo probabilmente medievale».
L’origine della comunità risale al periodo bizantino. Sculli ricorda che gli ebrei facevano parte del flusso migratorio che ripopolò la Calabria meridionale a partire dal VI secolo: «al seguito degli eserciti di Costantinopoli, oltre ai greci, c’erano moltissimi siriani, armeni, ebrei, tutti quanti ellenofoni. Tra questi i giudei avevano la funzione di reperire il grano per le truppe e pertanto dovevano avere una presenza non precaria sul territorio». Nel corso del VI e VII secolo, le comunità ebraiche del Bruzio si consolidarono e mantennero la propria identità per quasi mille anni.
In contrada Iuderio si trova ancora un palmento che reca incisa una croce latina, segno che il manufatto appartenne in un secondo tempo a un convento o ordine religioso cristiano, «non di tradizione bizantina». A poche centinaia di metri sorge il santuario della Madonna della Catena, ricostruito a dieci metri da uno più antico: il nome stesso «ricorda gli attacchi dei turchi», e il culto è da collegare alle vicende dei cristiani sequestrati dai pirati barbareschi nel Mediterraneo.
Quando finì la presenza ebraica nel territorio? Sculli ipotizza la cessazione «al tempo degli Aragonesi o sotto la dominazione spagnola che cacciò gli ebrei da tutto il Regno di Napoli» con gli editti del 1492 e del 1541. Per quasi un millennio gli ebrei avevano coltivato la vite sulle stesse colline che i Locresi avevano dissodato, condividendo con cristiani e armeni una tecnologia, il palmento, presente anche nella loro terra d’origine, sulle rive del Mediterraneo orientale.
Fonti: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano (2002); cartografia del 1783; Soprintendenza Archeologica di Reggio Calabria
1.3.3 I Normanni e il declino del vino
Storia — Epoca 3: Medioevo (476 – 1492)
L1 — Sintesi introduttiva
Per quasi duemila anni, dalla colonizzazione greca fino all’impero bizantino, le colline di Ferruzzano avevano prodotto vino senza interruzione; poi arrivarono i Normanni.
Non distrussero i palmenti, certo, semplicemente li ignorarono. Una civiltà che non aveva ancora maturato una cultura del vino, reputò queste vasche scavate nella roccia semplicemente inutili, e inutili volle dire disponibili: come cave di pietra squadrata e come materiale da costruzione.
Tuttavia, la roccia e il territorio resistettero, sebbene in altri modi: nel 1206, quando un notaio dovette ridefinire i confini di un podere in una lite giudiziaria, usò come punto di riferimento proprio un palmento!
L2 — Approfondimento
Come ci ricorda Orlando Sculli, «quando arrivarono i Normanni la viticoltura decadde in quanto essi non avevano dimestichezza con il mondo del vino e quindi i palmenti risultarono inutili e cominciarono a divenire facili prede di tutti coloro che volevano servirsi con facilità per recuperare pietre squadrate e dato che era facile frantumarli.»
Fu la fine di una continuità plurisecolare: i palmenti che i Locresi avevano scavato nel VII sec. a.C, che i Romani avevano continuato a usare, che i Bizantini avevano sacralizzato, diventarono cave nel Medioevo. La stessa pietra arenaria che aveva reso possibile il vino di Ferruzzano veniva ora smontata per costruire altro.
Tuttavia, la prova più eloquente della sopravvivenza dei palmenti anche in epoca normanna viene da un documento giudiziario del dicembre 1206, conservato nel Syllabus (il catalogo di documenti antichi raccolto e pubblicato da Francesco Trinchera a Napoli nel 1865). Sculli lo riporta nel dettaglio:
«Nel capitolo CCLX, viene riportato un contenzioso giudiziario del dicembre del 1206, quando Benedetto, frate del monastero certosino di Santo Stefano del Bosco, attuale Certosa di Serra San Bruno, denuncia l’usurpazione di parte del podere lungo i confini, portata avanti dai figli di un tale Ziglari, in località Umbrito di Santa Caterina.»
Il notaio Leone Stratego, incaricato di ridefinire i confini, individuò come punti di riferimento certi una strada in posizione alta, poi «un palmento posto nella proprietà di Giorgio Platopodo» e infine una vigna. Il palmento, denominato nel testo latino torcularium, dalla traduzione del greco lanòs, era ancora un punto conosciuto nel paesaggio, riconoscibile e stabile abbastanza da fungere da riferimento catastale.
Questo rivela qualcos’altro: Sculli osserva che il testo originale era in greco, non in latino, la lingua imposta dai Normanni per volere della Curia Pontificia. Analizzando il documento, Sculli nota che:
«I campi descritti sono in prevalenza non coltivati e solo sporadicamente sono elencati dei vigneti, come l’unico a cui si accenna in questo passo, in quanto punto fermo nella ridefinizione dei confini che erano stati manomessi a danno del monastero certosino. L’altro elemento di rilievo è costituito dall’uso ancora della lingua greca anche negli atti ufficiali in quanto parlata ancora dalla maggior parte della popolazione, accanto al latino che era la lingua imposta dai normanni per volere della Curia Pontificia che voleva sradicare la cultura greca dal territorio.»
Il lanòs, la parola greca con cui i Locresi chiamavano il palmento, ancora viva nell’area grecanica dell’Aspromonte, sopravviveva nel documento ufficiale del 1206 insieme alla lingua che lo conteneva. I Normanni avevano interrotto il vino, ma non avevano cancellato la memoria di chi lo aveva prodotto.
(Fonte: Orlando Sculli, Il vino nella Calabria Ionica dal periodo ellenico al Tardo Antico, Fonte primaria citata da Sculli: Francesco Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Napoli 1865, cap. CCLX)
1.3.4 Ferruzzano come casale feudale
Storia — Epoca 3: Medioevo (476 – 1492)
L1 — Sintesi introduttiva
Ferruzzano nacque ufficialmente come casale (villaggio dipendente) del feudo di Bruzzano. Il geografo arabo Edrisi, scrivendo alla corte di Ruggero II intorno al 1140, descriveva Bruzzano come un territorio fertile, ricco di bestiame e di colture ininterrotte. La prima menzione esplicita di Ferruzzano per nome appare nelle Disposizioni di Federico II del 1220 e del 1231, quando gli uomini di Bruzzano e dei suoi casali (Motticella, S. Salvatore, Precacore, Ferruzzano) vengono obbligati a contribuire alla riparazione del castello di Seminara.
Da quel momento e per cinque secoli, il piccolo borgo cambia di mano molte volte tra signori normanni, angioini, aragonesi, fino alla famiglia Carafa principi di Roccella e duchi di Bruzzano, che lo possederà fino all’abolizione della feudalità nel 1806.
L2 — Approfondimento
Dopo la conquista normanna della Calabria, completata nel 1060 dal Guiscardo, il territorio di Bruzzano conosce una nuova prosperità. Il geografo arabo Edrisi, autore del Libro di Ruggero alla corte di Ruggero II intorno al 1140, ne testimonia la vitalità: «Bruzzano è casale sul monte; fertile è il territorio che ne dipende; in popolazione, in bestiame minuto e grosso, colti non interrotti ed entrate considerevoli».
La prima attestazione documentale di Ferruzzano per nome si trova nelle Disposizioni emanate da Federico II di Svevia a Capua nel 1220 e riconfermate a Melfi nel 1231. Sculli (2002) le riporta che alla riparazione del castello di Seminara «dovevano prendere parte anche gli uomini di Bruzzano», e tra i casali tenuti all’onere sono nominati «Motticella, S. Salvatore, Precacore, Ferruzzano».
La sequenza feudale che seguì attraversa cinque secoli. Dopo gli Appard normanno-angioini (1269) e i De Brayda alla fine del Duecento, la baronia di Bruzzano fu più volte divisa: ai Ruffo di Bovalino, ai Baldello, infine ai Marullo, Marquet e Dainotto nel Cinquecento. Per via di matrimoni e successioni, dal Seicento entrarono in scena i Carafa: principi di Roccella, marchesi di Brancaleone, duchi di Bruzzano. La loro dinastia attraversò tutta l’età moderna fino al 1806, quando Giuseppe Bonaparte abolì la feudalità nel Regno di Napoli.
Per Ferruzzano l’autonomia comunale arrivò poco dopo. L’ordinanza del commissario del re del 20 gennaio 1811 sancì la separazione amministrativa da Bruzzano, e l’8 maggio 1814 la commissione liquidatrice dei demani ex feudali assegnò il territorio: i tre quinti a Ferruzzano (che contava 600 abitanti), i due quinti a Bruzzano (che ne aveva 400). Sul territorio, intanto, una nuova famiglia stava costruendo la propria fortuna.
Alla fine del Settecento la famiglia Caffarelli, baroni di Ferruzzano, si stabilì nel paese acquisendo gradualmente vastissimi appezzamenti (Scrisà, Varellina, Gurni, Mollissi, Rosario, Badia, Filippello, Piraino, Coste dell’abate), buona parte dei quali provenienti dalla Cassa Sacra istituita dai Borboni per liquidare i beni della manomorta ecclesiastica dopo il terremoto del 1783. I beni del monastero basiliano di San Nicola in contrada Prati, dove si trova ancora oggi un palmento con croce francescana, finirono nelle loro mani. Sotto i Caffarelli si svilupparono la bachicoltura, la gelsicoltura, gli uliveti e i vigneti, prima che alla fine dell’Ottocento Antonio Caffarelli, indebitato, cominciasse a vendere le sue proprietà al gentiluomo inglese Kent e al banchiere napoletano Beck.
Fonti: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano (2002); Edrisi, Libro di Ruggero; Disposizioni di Federico II (Capua 1220, Melfi 1231); ordinanza del commissario del re, 20 gennaio 1811
1.4.1 Il borgo scavato nella roccia
Storia — Epoca 4: Età moderna (1492 – 1789)
L1 — Sintesi introduttiva
Ferruzzano sorge a 474 metri sul livello del mare, in cima a un’altura isolata che si affaccia sul mar Ionio. Il borgo antico, oggi quasi del tutto abbandonato, nacque scavato nella stessa roccia arenaria che fa da materia prima ai palmenti.
È chiara l’origine difensiva: lo stretto altopiano permetteva il controllo del territorio circostante in un’epoca, fra il IX e l’XI secolo, di continue scorrerie. Nei secoli successivi il borgo si sviluppò attorno a chiese e antichi monasteri basiliani, di cui sono stati ritrovati i resti nelle contrade di Prati, Fontana dei Frati, Zaxarìa.
L2 — Approfondimento
Il borgo antico di Ferruzzano occupa la sommità di un’altura isolata, a 474 metri sul livello del mare, in posizione difensiva naturale. Sculli (2002) descrive il sito: «L’antico borgo non ospita testimonianze monumentali anche perché la parte più antica fu rasa al suolo dal terremoto del 23 ottobre 1907; proprio in tale sezione sorgevano gli edifici più ragguardevoli, compresa una grande chiesa e le dimore signorili».
L’origine del nucleo abitato si colloca in un’epoca incerta, ma alcuni indizi solidi la riconducono al periodo bizantino. Sculli avanza l’ipotesi che la collina di Ferruzzano corrisponda all’antica Roseto, in greco Rodonìa: il toponimo bosco di Rudina che ancora oggi designa l’area boscosa a ridosso del borgo conserverebbe la memoria di quel nome. Roseto fu distrutta dagli arabi nell’estate del 952, e la sua popolazione deportata in Africa. Secondo la tradizione orale locale, dalla successiva distruzione di S. Domenica «nacquero l’attuale Bruzzano Vecchia e Ferruzzano».
In epoca normanna l’insediamento si organizzò attorno ai monasteri basiliani. Tra questi Sculli individua «San Nicola del Prato», in contrada Prati – S. Crimi nell’attuale agro di Ferruzzano, e «San Giovanni di Frellanzano», probabilmente nei pressi del borgo antico in contrada Fontana dei Frati. È da questo San Giovanni che, secondo l’ipotesi di Domenico Zappia, deriverebbe per corruzione il nome stesso del paese: Bruzzano > Vruzzano > Ferruzzano; o, per ipotesi alternativa, dalla preposizione greca perì, “presso”: Ferruzzano significherebbe allora «villaggio nei pressi di Bruzzano». Una bolla di Papa Alessandro III del 1° novembre 1175 menziona già una chiesa di San Giovanni di Frulizano.
La forma compatta del borgo, scavato sulla roccia, riflette la stessa logica che governa il palmento: la pietra è insieme materia prima e struttura. Le case si addossavano le une alle altre seguendo la conformazione del costone, le strade erano spesso tagliate nella roccia stessa, e materiali secondari (legno, mattone, calce) venivano usati con parsimonia. La roccia di Ferruzzano è arenaria friabile, ottima per essere scavata e modellata, ma fragile in caso di sismi: la stessa qualità che permise di costruire il borgo lo condannerà, all’inizio del Novecento, alla distruzione.
Dal Cinquecento al Settecento il borgo si svuotò più volte, vittima delle scorrerie e degli spopolamenti. Sculli annota che «a partire dai primi decenni del XVI secolo per tutto il XVII, il territorio di Bruzzano e dei suoi casali fu praticamente spopolato, con i campi conseguentemente abbandonati». Solo alla fine del Settecento la popolazione tornò a crescere, raggiungendo nei primi decenni dell’Ottocento i 600 abitanti.
Fonti: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano (2002); Domenico Minuto, Catalogo dei monasteri e dei luoghi di culto tra Reggio e Locri (Roma 1977)
1.4.2 Il terremoto del 1783
Storia — Epoca 4: Età moderna (1492 – 1789)
L1 — Sintesi introduttiva
Il 5 febbraio 1783 una violenta scossa colpì la Calabria meridionale, l’inizio di una sequenza sismica catastrofica che in poche settimane uccise circa 30.000 persone tra Reggio e Catanzaro. A Ferruzzano i morti furono 35, un numero contenuto rispetto ai paesi della Piana di Gioia Tauro rasi al suolo dal sisma, ma sufficiente a segnare l’inizio di una nuova fase nella storia del paese.
Le aree spopolate dal terremoto attirarono nuovi arrivi: numerose famiglie della Piana si trasferirono nel territorio di Bruzzano e Ferruzzano, contribuendo a una ripresa demografica e agricola. È in questi anni che si stabilisce a Ferruzzano la famiglia Caffarelli, baroni che domineranno il paese per oltre un secolo, costruendo la propria fortuna sulla liquidazione dei beni della Cassa Sacra istituita per finanziare la ricostruzione.
L2 — Approfondimento
Il terremoto del 1783 fu una delle catastrofi naturali più gravi della storia italiana. La sequenza sismica iniziò il 5 febbraio con un evento di magnitudo stimata intorno a 7,0 nella Piana di Gioia Tauro, seguito da altre quattro scosse principali distribuite nell’arco di due mesi. Il bilancio complessivo lungo l’arco calabro-siculo fu di circa 30.000 vittime e di centinaia di paesi rasi al suolo. Le strutture amministrative borboniche, sotto la pressione di un’emergenza senza precedenti, istituirono la Cassa Sacra per liquidare i beni della manomorta ecclesiastica e finanziare la ricostruzione del territorio.
Per Ferruzzano, situato sul versante ionico meridionale e quindi più distante dall’epicentro tirrenico, l’impatto diretto fu meno grave che nei paesi della Piana. Sculli (2002) registra il bilancio: «arrivarono nell’area spopolata numerose persone, specie dalla Piana, dopo il disastroso terremoto del 1783, quando Ferruzzano subì 35 morti». Per un paese che alla fine del Settecento contava circa 600 abitanti, 35 vittime rappresentavano una perdita significativa, ma non comparabile alla devastazione totale di paesi come Oppido Mamertina, Polistena o Bagnara.
Gli effetti di lungo periodo del sisma furono però più importanti del danno immediato. Il terremoto accelerò la liquidazione dei beni ecclesiastici e, con essa, la trasformazione della struttura sociale dell’area. Sculli osserva: «la liquidazione dei beni sul finire del Settecento mise in fermento il ducato di Bruzzano ed appena furono predisposti alla vendita i beni della chiesa, nuovi abitanti vi arrivarono e si misero in movimento nuove attività».
Tra le famiglie che si stabilirono nel paese in questo periodo vi furono i Caffarelli, baroni di origine forestiera, che in pochi decenni acquistarono vasti appezzamenti (Scrisà, Varellina, Gurni, Mollissi, Rosario, Badia, Filippello, Piraino, Coste dell’abate) buona parte dei quali provenienti dalla Cassa Sacra. I beni del monastero basiliano di San Nicola, che a causa delle scorrerie turche non operava più come convento, entrarono progressivamente nel loro patrimonio.
Per il paesaggio viticolo l’effetto fu doppio. Da un lato la riassegnazione dei terreni a privati ne aumentò lo sfruttamento agricolo; dall’altro l’arrivo di coltivatori da aree diverse portò nuove pratiche agronomiche. Il viaggiatore inglese Edward Lear, attraversando l’area nel 1847 (poco più di mezzo secolo dopo il sisma), descriveva nel suo Diario di un viaggio a piedi i campi sulla strada per S. Agata coltivati a vite, «con grappoli d’uva invitanti» che lui e il suo compagno di viaggio non disdegnarono.
Fonti: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano (2002); Edward Lear, Diario di un viaggio a piedi (1847); Henry Swinburne, Viaggio in Calabria (1777-1778)
1.4.3 La tecnica si perfeziona
Storia — Epoca 4: Età moderna (1492 – 1789)
L1 — Sintesi introduttiva
Per secoli i piedi nudi hanno calcato l’uva nelle vasche dei palmenti, esattamente come ai tempi dei Locresi. Ma nel corso dell’età moderna, intorno alle vasche scavate millenni prima, si sviluppò un sistema di premitura meccanica ben più sofisticato fatto di travi, pesi, viti di legno e cunei, che migliorava quanto la pigiatura a piedi non riusciva a estrarre.
A Ferruzzano questo sistema è stato in uso fino agli anni Venti del Novecento per la premitura, e i palmenti di contrada Suveri sono rimasti pienamente attivi fino agli anni Sessanta. Ogni gesto di questo sistema di lavorazione aveva un nome preciso nel nostro dialetto, tramandato a voce e inscritta nella forma stessa del palmento.
L2 — Approfondimento
In contrada Suveri sopravvivono ancora almeno una ventina di palmenti, usati pienamente fino agli inizi degli anni Sessanta del Novecento. Orlando Sculli documenta come in essi si rispettassero proporzioni tramandate di generazione in generazione:
«In essi venivano calcate le uve di vitigni autoctoni pervenuti ai nostri giorni dal periodo magnogreco, romano e bizantino. Addirittura venivano rispettate le proporzioni consigliate per produrre un vino dal bel colore: l’80% delle uve dovevano essere rosse e il 20% dovevano essere bianche.»
Dopo la calcatura a piedi nudi nel buttìsco, le uve rimanevano nella vasca superiore per 48 ore prima della premitura delle vinacce. Le fasi successive di questo sistema di premitura, usato fino agli anni Venti del Novecento, erano le seguenti: «le vinacce venivano collocate nel “consu” che nel significato dialettale indicava una strettoia, dentro cui veniva calato un tavolone bucherellato denominato forata, che determinava a costituire con la parete del “buttiscu”, un vano dentro cui venivano collocate le vinacce da premere. Nella parte alta del “buttiscu”, veniva fissata una trave che nella parte finale terminava a forcella, a cui era avvinto il “fusu”, ossia un tronchetto filettato di legno durissimo, generalmente di sorbo, alla cui base era avvinta la “mazara”, pietra di granito tondeggiante, che tramite una stanga, avvitava il “fusu” alla “scufina”, pezzo di tavolone avvinto alla forcella, filettato a sua volta, che alzava la “mazara” e faceva pressione con la trave, sulle vinacce tramite un tavolone su cui erano posti dei spessori di tavole di legno duro.»
Il principio meccanico era quindi quello della vite senza fine: la stanga azionava il fusu, che abbassava la mazara e moltiplicava la pressione sulla forata, spremendo le vinacce dall’alto verso il basso. Un’ingegneria semplice ed efficace, costruita interamente in legno e pietra. Lo scopo, come precisa Sculli, era di «premere le vinacce fino all’esasperazione […], in quanto aggiungeva più tannino al mosto e più colore al vino in prospettiva».
Accanto ai vitigni da vino, ogni vigna di Ferruzzano ospitava anche la Guardavalle di Passuli, «la vite che dava l’uva da appassire nel forno, dopo una rapida immersione nell’acqua bollente, e dopo una certa esposizione al sole che durava due tre giorni, per preparare i dolci natalizi». L’uva passa, liberata dai vinaccioli dalle vecchie e dai bambini seduti al braciere, veniva mescolata ai fichi secchi per i dolci delle feste. La Guardavalle non era sola: «tutte le Guardavalli, a Bianco c’erano dieci varietà, davano un tono particolare ai vini, in quanto li dotavano di una buona sapidità e addirittura di una certa stabilità, anche senza uso di solfiti e conservanti in genere». La diversità nelle varietà di vite era una scelta consapevole che garantiva al vino di Ferruzzano una stabilità naturale che altri vini ottenevano solo con additivi.
La mazara accanto al palmento di contrada Rosario è oggi l’ultimo testimone visibile di questo sistema: una pietra di granito tondeggiante che aspetta di essere riconosciuta e valorizzata.
(Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti)
1.4.4 I vitigni autoctoni
Storia — Epoca 4: Età moderna (1492 – 1789)
L1 — Sintesi introduttiva
Nelle vigne nel territorio di Ferruzzano ci sono sempre tanti vitigni insieme (Nerello, Lacrima Cristi, Greco, Mantonico, Guardavalle, Inzolia Pilusa, ecc.) mescolati nella stessa fascia terrazzata, vendemmiati insieme, pigiati insieme nel palmento.
Questo perché varietà diverse maturano in momenti diversi, resistono a malattie diverse, reagiscono in modo diverso alla siccità e alla pioggia. Il vino che ne usciva era stabile, sapido, capace di durare nel tempo senza i moderni conservanti o additivi di nessun genere.
Questi vitigni sono arrivati fino all’età moderna praticamente identici a come i Locresi li avevano selezionati duemilacinquecento anni prima, la memoria biologica di un’agricoltura che ha resistito a tutto.
L2 — Approfondimento
Nelle vigne di Ferruzzano come documenta Sculli, venivano calcate «le uve di vitigni autoctoni pervenuti ai nostri giorni dal periodo magnogreco, romano e bizantino», una continuità produttiva che attraversa ben venticinque secoli, senza interruzione. La stessa continuità che la Lacrima Cristi di Ferruzzano ha confermato con l’analisi del DNA: identica alla Coda di Volpe campana, probabile discendente del Falerno e del Caicino antico.
Ogni vigna di Ferruzzano ospitava più varietà in convivenza; Sculli elenca quelle documentate nel territorio: Nerello, Lacrima Cristi in diverse selezioni, Greco, Mantonico, Guardavalle di Passuli e da vino, Inzolia Pilusa. Varietà dai caratteri molto diversi che insieme costruivano un vino equilibrato in modo naturale.
La mescolanza di vitigni era una decisione tecnica ben ponderata; come spiega Sculli a proposito delle Guardavalli:
«Tutte le Guardavalli, a Bianco c’erano dieci varietà, davano un tono particolare ai vini, in quanto li dotavano di una buona sapidità e addirittura di una certa stabilità, anche senza uso di solfiti e conservanti in genere.»
La sapidità e la stabilità naturale erano le qualità che permettevano al vino di viaggiare in lungo ed in largo, sulle anfore verso il Mediterraneo nell’antichità, sulle barche dei commercianti nei secoli successivi. Un vino instabile non sopravviveva al trasporto, e la diversità varietale era la soluzione a questo problema.
Il Nerello di Ferruzzano, varietà dal grappolo compatto e dalla buccia densa, era la spina dorsale della produzione rossa, rispettando la proporzione documentata da Sculli: «l’80% delle uve dovevano essere rosse e il 20% dovevano essere bianche». Sculli lo documenta ancora in produzione in una vigna di contrada Santa Domenica, accanto a esemplari di Inzolia Pilusa, varietà bianca a bacca pelosa, rara già nell’Ottocento, oggi sopravvissuta in pochissimi esemplari.
Ogni vigna di Ferruzzano era, nei secoli dell’età moderna, un archivio genetico vivente per la logica stessa dell’agricoltura tradizionale: si conservava ciò che produceva, si potava ciò che era malato, si innestava ciò che si rischiava di perdere. Sculli ha riconosciuto il valore di questo archivio e ha trascorso cinquant’anni a replicarlo nel suo campo di salvataggio, conservando varietà che altrimenti sarebbero scomparse nel giro di un decennio.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
1.5.1 Il sisma del 1907 e l’abbandono
Storia — Epoca 5: Età contemporanea (Dalla Rivoluzione Francese a oggi – 1789 – oggi)
L1 — Sintesi introduttiva
Il 23 ottobre 1907, poco dopo le nove di sera, una scossa di magnitudo 5,9 colpì l’Aspromonte ionico con epicentro a Canolo. Durò pochi secondi, ma Ferruzzano, costruita su un’altura isolata e inclinata, su roccia di natura franosa, fu sufficiente a distruggere quasi tutto.
Delle 534 famiglie del paese, circa 200 abitazioni crollarono completamente e altre 205 divennero inabitabili. I morti furono 158 su 1.967 abitanti, quasi uno su tredici. La scossa generò anche uno tsunami che avanzò di trenta metri sulla spiaggia per dieci chilometri di costa tra Capo Bruzzano e la foce del Careri.
Fu l’inizio della fine: chi sopravvisse abbandonò lentamente il borgo antico, chi verso la costa, chi verso Reggio, chi verso l’America.
L2 — Approfondimento
Il geologo e sismologo Giuseppe Mercalli, incaricato di studiare il terremoto per conto della Società Sismologica Italiana, individuò nella morfologia stessa del borgo la ragione principale della catastrofe. Nella sua relazione del 1908 scrisse che Ferruzzano «fu più danneggiata dei vicini» a causa della «posizione del paese su un’altura isolata e in pendio, e la roccia di natura franosa su cui sono fondate le case», che «ingrandirono gli effetti del terremoto». Era la stessa roccia arenaria che per millenni aveva reso possibile i palmenti ed i muri a secco, la materia prima di tutta la civiltà viticola di Ferruzzano. La sua friabilità, vantaggio in agricoltura, si rivelò fatale nell’architettura: i quartieri più colpiti furono quelli meridionali: Scalone, Margi, Pioppo e Calvario.
Il sisma del 1907 avvenne in un contesto di instabilità sismica già grave: la Calabria era stata colpita dall’8 settembre 1905, e appena un anno dopo il terremoto di Ferruzzano arrivò il 28 dicembre 1908, con la catastrofe di Messina e Reggio che causarono più di 120.000 morti.
L’esodo che seguì fu immediato e, purtroppo, definitivo: come documenta Sculli «il 23 ottobre del 1907 ci fu un sisma con epicentro a Ferruzzano stessa e la parte più importante del paese fu raso al suolo e i morti furono circa duecento, con conseguente emigrazione di massa verso gli Stati Uniti d’America. Il paese allora cominciò a morire».
Con l’emigrazione partirono anche le memorie: storie di famiglie e di antichi saperi agricoli. Sculli racconta della famiglia Pedullà, che si tramandava da generazioni un «braccio d’oro seppellito sotto una parte precisa della fondazione di una delle sue tante case di Ferruzzano superiore», un segreto rimasto sepolto con il terremoto e mai più ritrovato.
Per arginare il disastro, i militari al tempo costruirono baracche e un piccolo ospedale da campo, e la ricostruzione avvenne in un sito poco distante, quello che oggi è Ferruzzano Superiore, dove ci troviamo adesso. Le famiglie che resistettero nel borgo antico vi rimasero fino agli anni Novanta del Novecento, poi anche quelle se ne andarono.
Fonti: Orlando Sculli, Ceresola di Ferruzzano; Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti; Giuseppe Mercalli, Sul terremoto calabrese del 23 ottobre 1907, Bollettino della Società Sismologica Italiana, vol. 13, 1908; Catalogo dei Forti Terremoti in Italia, INGV
1.5.2 L’ultimo palmento attivo
Storia — Epoca 5: Età contemporanea (Dalla Rivoluzione Francese a oggi – 1789 – oggi)
L1 — Sintesi introduttiva
In contrada Suveri, negli anni Cinquanta del Novecento, c’erano ancora almeno venti palmenti in uso. Ogni settembre, quando le uve erano mature, si entrava nella vasca a piedi nudi, compiendo lo stesso gesto che dei Locresi di duemila anni prima, nella stessa roccia, e sostanzialmente con le stesse varietà di vite.
Dopotutto, era l’unico modo che si conosceva per fare il vino: economico, efficiente, legato a quellaa roccia che non costava nulla e non si rompeva.
Poi, nei primi anni Sessanta, anche quell’antico gesto si fermò. Non ci fu un giorno o una decisione precisa, ma mise perché chi calcava l’uva aveva lasciato il paese, o era troppo vecchio, o aveva trovato altro.
L2 — Approfondimento
Sculli documenta così il ciclo di vinificazione di contrada Suveri:
«In contrada Suveri del comune di Ferruzzano sopravvivono almeno una ventina di palmenti ubicati in terreni sciolti, utilizzati pienamente fino agli inizi degli anni sessanta del 900. In essi venivano calcate le uve di vitigni autoctoni pervenuti ai nostri giorni dal periodo magnogreco, romano e bizantino.»
Il processo seguiva un ordine preciso. Prima la calcatura: i piedi nudi nella vasca superiore, il buttìsco, dove l’uva veniva schiacciata lentamente per non spezzare i vinaccioli e rilasciare l’amaro. Poi l’attesa: «dopo la calcatura le uve venivano tenute nella vasca superiore per 48 ore» con il foro di comunicazione tappato con argilla, in modo che la fermentazione avvenisse direttamente sulle bucce, quello che oggi si chiama macerazione, e che dava al vino colore e struttura. Solo dopo le 48 ore si apriva il foro tra le vasche: il mosto colava nella vasca inferiore, il pinaci, fino al fundello, la piccola cavità centrale che permetteva di recuperare l’ultima goccia. Quanto rimaneva (le vinacce) veniva poi torchiato con il sistema del fusu e della mazara fino agli anni Venti del Novecento, e poi pressato con metodi più semplici.
La vinificazione di Suveri, come documenta Sculli, avveniva in modo preciso: «venivano rispettate le proporzioni consigliate per produrre un vino dal bel colore: l’80% delle uve dovevano essere rosse e il 20% dovevano essere bianche». Una formula tramandata oralmente, probabilmente da secoli, che nessuno aveva mai scritto su nessun manuale, ma che garantiva un equilibrio preciso tra struttura, colore e sapidità.
L’abbandono dei palmenti di Suveri fu il risultato dello spopolamento: il terremoto del 1907 aveva già svuotato il paese antico, e nei decenni successivi il fenomeno continuò lentamente verso la costa e verso il Nord, e quando le persone mancarono, mancò chi calcasse l’uva.
Come nota Sculli, le strade selciate che collegavano le contrade erano ancora percorribili «fino a sessanta anni addietro». Poi anche quelle sparirono sotto la macchia; adesso i palmenti di Suveri restano scavati nella roccia come testimoni silenziosi di tempi ormai tramontati. Quello che fu il cuore produttivo di duemila anni di viticoltura è oggi raggiungibile solo a piedi, attraverso la macchia.
(Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti)
1.5.3 I vitigni che scompaiono
Storia — Epoca 5: Età contemporanea (Dalla Rivoluzione Francese a oggi – 1789 – oggi)
L1 — Sintesi introduttiva
Le colline di Ferruzzano conservano un patrimonio di vitigni autoctoni – Nerello, Lacrima Cristi, Greco, Mantonico, Guardavalle, Inzolia Pilusa, Cerasola – selezionati in epoca magnogreca e tramandati di vigna in vigna per venticinque secoli senza interruzione.
Oggi queste varietà sono a rischio di estinzione. L’abbandono dei campi e la scomparsa dei coltivatori anziani le hanno ridotte a pochissimi esemplari. Orlando Sculli ha dedicato cinquant’anni a salvarle, percorrendo le campagne della provincia di Reggio Calabria fin dal 1978 per prelevare talee e tralci e riprodurli nel suo campo di salvataggio. Alcune varietà esistono ancora soltanto grazie a quel lavoro paziente.
L2 — Approfondimento
Dal 1978 Orlando Sculli percorre le campagne della provincia di Reggio Calabria con l’obiettivo di salvare le varietà di piante (viti, alberi da frutto, ulivi) che stanno scomparendo dai vigneti e dai boschi della Locride. Lo fa come ricercatore sul campo: preleva talee e tralci, li innesta su portainnesti selvatici, li coltiva nel suo campo di salvataggio a Ferruzzano. Nel 2004 ha pubblicato il censimento di questo lavoro nel volume I vitigni autoctoni della Locride (Soveria Mannelli, 2004), tuttora l’unico catalogo sistematico di queste varietà.
Il campo di salvataggio è esattamente quello che dice il nome: un appezzamento dove vivono varietà che altrove non esistono più, una sorta di archivio vivente. Tra le varietà del campo, la Lacrima Cristi di Ferruzzano occupa un posto speciale, per quello che rivela sulla continuità genetica tra antico e moderno. Sculli racconta: «Una ventina di anni addietro un ricercatore della facoltà di agraria di Portici, che dipende dall’università Federico II di Napoli, prese dal mio campo di salvataggio le punte apicali della Lacrima Cristi, che risultò identica, in seguito all’estrazione del DNA, alla Coda di Volpe campana, con le uve della quale viene ricavato un vino archeologico».
La Coda di Volpe campana è considerata da alcuni ricercatori discendente del Falerno antico, paragonato dagli antichi al Caicino locrese. Se l’analisi è corretta, la Lacrima Cristi di Ferruzzano e il Falerno romano condividono la stessa origine genetica: un legame vivente con il vino prodotto sulle colline di Ferruzzano duemila anni fa.
Altre varietà sono state meno fortunate. Nella contrada Iuderio, nel 2002, sopravvivevano due soli esemplari di Cerasola, vite da tavola dai grappoli rossi e tondi come ciliegie, che la famiglia Romeo-Pedullà coltivava a pergola, «potata a spalla perché potesse fruttificare». La signora Santa Romeo-Pedullà raccontò a Sculli che la vite veniva portata in dono alle famiglie più distinte del paese dentro panieri nuovi di canna e verga, in occasione della Madonna della Catena e dell’Addolorata. Era quasi un disagio, disse, rovinarli mangiandone gli acini.
Il rischio di estinzione non riguarda solo le viti. Nel luglio 2020 Sculli e il suo collaboratore Antonio Stranges raggiunsero il greto della fiumara Bonamico per documentare l’unico esemplare noto di Pero Belladonna nel comune di San Luca, e trovarono «con rammarico che era stato dato fuoco all’unico esemplare della varietà di pero Belladonna, che sopravviveva nel Comune di San Luca». Pochi giorni dopo un funzionario di Calabria Verde scoprì per caso un secondo esemplare in contrada Calaria: fu innestato immediatamente su perastri selvatici. Senza quell’incontro fortuito, la varietà sarebbe scomparsa senza lasciare traccia.
Fonti: Orlando Sculli, I vitigni autoctoni della Locride (Soveria Mannelli, 2004); Ceresola di Ferruzzano; Pero Belladonna di San Luca; Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
1.5.4 Ferruzzano nel Mediterraneo dei palmenti
Storia — Epoca 5: Età contemporanea (Dalla Rivoluzione Francese a oggi – 1789 – oggi)
L1 — Sintesi introduttiva
Duemila anni di viticoltura ininterrotta hanno lasciato sulle colline di Ferruzzano un patrimonio di vitigni autoctoni che non esiste in nessun altro posto al mondo: Nerello, Lacrima Cristi, Greco, Mantonico, Guardavalle, Inzolia Pilusa, Cerasola, varietà nate dalla terza domesticazione della vite in epoca magnogreca, tramandate di vigna in vigna per duemila anni.
Oggi, purtroppo, rischiano di sparire nel giro di una generazione: per abbandono, e per mancanza di chi le riconosca e le salvi.
Orlando Sculli ha dedicato cinquant’anni a questo salvataggio, percorrendo il territorio della provincia di Reggio dalla fine degli anni Settanta, ed alcune varietà esistono ancora soltanto grazie a lui.
L2 — Approfondimento
Dal 1978 Orlando Sculli percorre le campagne della provincia di Reggio Calabria con l’obiettivo di salvare le varietà di piante (viti, alberi da frutto, ulivi) che stanno scomparendo dai vigneti e dai boschi della Locride. Lo fa come ricercatore sul campo: preleva talee e tralci, li innesta su portainnesti selvatici, li coltiva nel suo campo di salvataggio a Ferruzzano. Nel 2004 ha pubblicato il censimento di questo lavoro nel volume I vitigni autoctoni della Locride (Soveria Mannelli, 2004), tuttora l’unico catalogo sistematico di queste varietà.
Il campo di salvataggio è esattamente quello che dice il nome: un appezzamento dove vivono varietà che altrove non esistono più, una sorta di “archivio vivente”. Tra le varietà di questo campo la Lacrima Cristi di Ferruzzano occupa un posto speciale, proprio per quello che rivela sulla continuità genetica tra antico e moderno. Sculli racconta:
«Una ventina di anni addietro un ricercatore della facoltà di agraria di Portici, che dipende dall’università Federico II di Napoli, prese dal mio campo di salvataggio le punte apicali della Lacrima Cristi, che risultò identica, in seguito all’estrazione del DNA, alla Coda di volpe campana, con le uve della quale viene ricavato un vino archeologico.»
La Coda di Volpe campana è considerata da alcuni ricercatori il discendente del Falerno antico, a sua volta il vino più pregiato di Roma, paragonato al Caicino da Ateneo di Naucrati. Se l’analisi è corretta, la Lacrima Cristi di Ferruzzano e il Falerno romano condividono la stessa origine genetica: il vino prodotto sulle colline di Ferruzzano duemila anni fa.
Tuttavia, altre varietà sono state meno fortunate: nella contrada Judario, nel 2002, sopravvivevano due soli esemplari di Cerasola, una vite da tavola dai grappoli rossi e tondi come ciliegie che la famiglia Romeo-Pedullà coltivava allevata a pergola, «potata a spalla perché potesse fruttificare». La signora Santa Romeo-Pedullà raccontò a Sculli che la vite veniva portata in dono alle famiglie più distinte del paese dentro panieri nuovi di canna e verga, portati in occasione della Madonna della Catena e dell’Addolorata. Era quasi un disagio, disse, rovinarli mangiandone gli acini.
Sculli non lascia spazio all’ambiguità sul suo destino: «la vigna ormai è arrivata al capolinea e sta per essere estirpata e forse sarà risparmiata la Cerasola, degna della mensa di un re, ma non è detto che non sarà cancellata per sempre. Chi la salverà?»
Il rischio di estinzione, purtroppo, non riguarda solo le viti: nel luglio 2020, Sculli e il suo collaboratore Antonio Stranges raggiunsero il greto della fiumara Bonamico alla ricerca dell’unico esemplare noto di Pero Belladonna nel comune di San Luca, e constatarono «con rammarico che era stato dato fuoco all’unico esemplare della varietà di pero Belladonna, che sopravviveva nel Comune di San Luca.» Pochi giorni dopo, un funzionario di Calabria Verde scoprì per caso un secondo esemplare in contrada Calaria, che venne fatto innestare immediatamente su perastri selvatici. Senza quell’incontro fortuito, la varietà sarebbe scomparsa senza che nessuno ne tenesse traccia.
Fonti: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti; Ceresola di Ferruzzano; Pero Belladonna di San Luca; I vitigni autoctoni della Locride, Soveria Mannelli, 2004
2.1.1 Il borgo di Ferruzzano Superiore
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
Ferruzzano Superiore è l’antico cuore del paese: un borgo arroccato su una collina, in posizione arretrata rispetto al mare, scavato in parte nella roccia e cresciuto lentamente dalle case più antiche fino al palazzo baronale.
Le sue origini sono difficili da datare con precisione: la testimonianza più antica oggi nota è un’iscrizione del 1475 riportata da Gino Gullace: è il primo documento certo che ne attesta l’esistenza, anche se è probabile che il borgo sia molto più antico, nato come rifugio sicuro dalle scorrerie saracene che per due secoli avevano funestato la costa.
Il terremoto del 1907 ed il successivo spopolamento svuotarono il borgo della sua popolazione, e oggi camminare per queste stradine è camminare in un paese fermo nel tempo.
L2 — Approfondimento
Il borgo di Ferruzzano Superiore sorge a circa 410 metri sul livello del mare, su uno sperone collinare che domina la valle della fiumara di Bruzzano. La sua posizione, sensibilmente arretrata rispetto alla linea costiera, riflette una scelta insediativa tipica della Calabria medievale: l’abbandono della costa, troppo esposta alle incursioni ed alla malaria delle pianure paludose, in favore delle alture interne, più facilmente difendibili e salubri.
La data del 1475 è documentata da un’iscrizione segnalata dallo studioso locale Gino Gullace su un antico mattone del borgo. È la testimonianza più antica oggi disponibile, ma non rappresenta necessariamente la data di fondazione: probabilmente il nucleo originario è precedente, parte del sistema di villaggi che facevano capo al feudo di Bruzzano. Le fonti documentano che Ferruzzano fu casale di Bruzzano almeno fino al XIX secolo, quando con l’ordinanza del 20 gennaio 1811 ottenne lo status di comune autonomo.
Il borgo conobbe un periodo di forte crescita demografica nel XVIII secolo: nel 1814, al momento della separazione amministrativa da Bruzzano, contava circa 600 abitanti, e nei decenni successivi la popolazione continuò a crescere grazie all’arrivo di nuovi coloni da paesi vicini, attratti dalle opportunità agricole offerte dai terreni un tempo della Chiesa.
Le case del borgo sono in larga parte costruite con le pietre d’arenaria locale, la stessa con cui erano state ricavate le armacere (muri a secco) dei vigneti e i palmenti delle contrade. L’antica chiesa madre sorgeva sul punto più alto, mentre attorno si articolavano le abitazioni più povere e, ai margini, il palazzo dei baroni Caffarelli.
Il 23 ottobre 1907 un violento terremoto colpì Ferruzzano provocando circa centosessanta vittime e danni gravissimi a molte case del borgo. L’evento segnò l’inizio dell’abbandono progressivo del nucleo storico in favore di edificazioni più moderne, sia nello stesso comune sia nelle frazioni a valle.
Fonti: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002; Gino Gullace
2.1.2 La grotta di Cilarò
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
In contrada Cilarò, poco distante da Suveri, si apre nella roccia una piccola grotta che ha attirato l’attenzione di archeologi e studiosi locali. Sulla volta sono incisi i graffiti di due ali d’aquila, e nelle pareti si aprono delle buche regolari di cui non è ancora chiara la funzione.
Due interpretazioni si confrontano. Per Paolo Piernerli si tratta di un oracolo del Neolitico dotato di buche di amplificazione del suono. Per Sebastiano Stranges, esperto del territorio, è invece un putridario dove sarebbe stato sigillato il corpo di una santa monaca.
Nessuna delle due ipotesi è stata finora confermata da uno scavo archeologico sistematico. La grotta resta una delle testimonianze più enigmatiche del territorio.
L2 — Approfondimento
La grotticella di contrada Cilarò è un manufatto modesto nelle dimensioni ma di straordinaria rilevanza interpretativa, perché tocca due dimensioni opposte della storia del territorio: il sacro arcaico della preistoria e il monachesimo medievale. Sculli la descrive ricordando i due studiosi che se ne sono occupati e le loro letture contrastanti.
Per Paolo Piernerli, la grotta è un oracolo del Neolitico: le buche scavate nella roccia avrebbero avuto la funzione di amplificatori acustici, in modo da rendere udibili le voci di chi vi pronunciava responsi rituali. I graffiti delle ali d’aquila sulla volta sarebbero un segno cultuale legato a divinità celesti dell’età della pietra. Se l’interpretazione fosse confermata, la grotta sarebbe uno dei rari siti calabresi di culto neolitico documentato.
Per Sebastiano Stranges, studioso locale di Ferruzzano, la lettura è radicalmente diversa: si tratterebbe di un putridario, cioè una camera sepolcrale di tipo monastico, dove sarebbe stato sigillato il corpo di una santa monaca. I putridari erano usati in alcune comunità religiose, soprattutto bizantine e basiliane, per la conservazione dei corpi dei defunti in attesa della decomposizione, prima della deposizione delle ossa in ossari comuni. Le buche nella roccia, in questa lettura, sarebbero collegate a funzioni rituali o di drenaggio dei liquidi della decomposizione.
Entrambe le interpretazioni lasciano aperti a dubbi: la prima richiederebbe verifiche acustiche e datazioni assolute dei graffiti, finora mai eseguite. La seconda contrasterebbe con l’assenza di documentazione di un monastero femminile nelle immediate vicinanze, anche se Beniamino Violi segnalava la presenza di un convento femminile non lontano. La cautela archeologica impone di considerarle entrambe ipotesi di lavoro.
Quel che è certo è che la grotta di Cilarò resta uno dei luoghi più suggestivi e meno indagati del territorio. Una campagna di rilievo, scavo e analisi sarebbe in grado di chiarire definitivamente la sua funzione, restituendo al patrimonio di Ferruzzano un’identità precisa di questo luogo.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
2.1.3 La Rocca degli Armeni e il castello di Bruzzano Vetere
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
Sulla rupe che domina il borgo abbandonato di Bruzzano Vetere si erge la Rocca degli Armeni, uno sperone roccioso che per secoli ha ospitato l’incastellamento medievale del feudo di Bruzzano.
Il castello fu costruito nel 1275 da Giovanni De Bravda, signore del feudo, su autorizzazione concessa da Carlo I D’Angiò il 12 febbraio di quell’anno. La costruzione, finanziata dai sudditi stessi, costituisce uno dei primi atti di incastellamento documentati nell’area.
Oggi il borgo è abbandonato, e tra le sterpaglie e le case crollate si possono ancora intuire i resti delle strutture difensive medievali e le tracce delle antiche abitazioni.
L2 — Approfondimento
La storia del castello di Bruzzano Vetere è molto antica: all’atto del suo insediamento come signore del feudo, Giovanni De Bravda constatò che nel territorio a lui assegnato non esisteva «un castello o una dimora degna del suo rango». La richiesta di costruire una nuova fortificazione fu inoltrata al re Carlo I D’Angiò, con la precisazione che i lavori sarebbero stati interamente a spese dei sudditi, che si dichiaravano disposti a sostenerli. Il 12 febbraio 1275 il re diede il proprio assenso, e il castello fu costruito sulla rupe che oggi conosciamo come Rocca degli Armeni. Diversamente dai castelli più importanti, che facevano parte di una strategia difensiva regia e appartenevano al regio demanio, il castello di Bruzzano restò di proprietà del signore.
Il toponimo “Rocca degli Armeni” è anch’esso significativo. La presenza armena in Calabria meridionale è documentata in più siti del territorio, e potrebbe risalire al periodo bizantino, quando le persecuzioni iconoclaste e le pressioni arabe avevano spinto comunità monastiche e laiche armene a cercare rifugio nei territori bizantini d’Occidente.
Bruzzano Vetere, il borgo che si era sviluppato attorno al castello, divenne uno dei centri più importanti del Giustizierato di Calabria: nel 1276 contava 882 abitanti, e l’intero feudo di Bruzzano (compreso Ferruzzano come casale) raggiungeva i 3635 abitanti, più di quanti ne avesse Bovalino, Amendolea e Castelvetere (l’attuale Caulonia). La storia del castello accompagnò poi le complesse vicende del feudo, passato dai De Bravda ai Marchesi di Busca, poi ai Ruffo, ai Carafa e infine, nel 1806, abolito con la feudalità.
Fonte: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002
Contenuto in arrivo.
2.1.5 Il villaggio degli ebrei di contrada Juderiu
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
Il toponimo della contrada Juderio (Juderiu) conserva la traccia di un antico villaggio di ebrei, testimoniato da una cartina del 1783 che riporta nei pressi l’indicazione “Vallone dei Giudei”.
La contrada è stata frequentata ininterrottamente dal Neolitico al medioevo. Lo dimostrano i reperti raccolti nei decenni: scaglie di ossidiana, selce, ceramica non tornita di periodo preistorico, frammenti di embrici greci e romani, e ceramica medievale.
Pochi luoghi del territorio raccontano in così pochi metri quadri una stratificazione storica altrettanto ricca!
L2 — Approfondimento
Il villaggio degli ebrei di contrada Juderiu è una delle testimonianze meno note ma più significative della storia di Ferruzzano. Sculli (2002) ne ricorda l’esistenza con un’osservazione: «il toponimo Juderju ricorda il villaggio degli ebrei, evidenziato da una cartina del 1783, che riporta nei pressi l’indicazione Vallone dei Giudei, e che tante sorprese potrebbe offrire».
La presenza ebraica in Calabria è documentata fin dall’antichità: comunità ebraiche erano presenti a Reggio, a Bova, a Crotone e in molte altre città della regione, con un’attività commerciale e culturale che si intensifica nel periodo bizantino e medievale. La Calabria meridionale era considerata fino al XV secolo una terra di accoglienza per le comunità ebraiche del Mediterraneo, prima che gli editti spagnoli del 1492 e del 1541, applicati anche al Regno di Napoli sotto il dominio aragonese, ne imponessero la conversione o l’esilio.
Il fatto che il toponimo Juderiu sia sopravvissuto per oltre due secoli dopo la cacciata ufficiale degli ebrei dal Regno di Napoli (1541), fino a essere registrato su una cartina del 1783 e fino ad oggi nell’uso comune, testimonia la profondità della memoria comunitaria. Il “villaggio degli ebrei” era probabilmente un piccolo nucleo insediativo con presumibili attività artigianali e commerciali, situato in posizione strategica lungo le vie di comunicazione tra costa e interno.
La straordinarietà del sito sta nella sua continuità di frequentazione. I reperti, infatti, documentano una presenza umana che attraversa millenni: le scaglie di ossidiana e selce del Neolitico rivelano un punto di passaggio per i circuiti di scambio di queste materie, mentre la ceramica non tornita indica una frequentazione preistorica o protostorica stabile. Gli embrici greci e romani rimandano poi agli insediamenti rurali di età locrese e romana, legati ai vigneti che producevano il vino Caicino; la ceramica medievale testimonia infine la presenza dei nuclei abitati tardo-medievali.
A poca distanza dalla contrada sorge il santuario della Madonna della Catena: un’altra stratificazione sacra che si sovrappone alla precedente. Tutta l’area di Juderio-Madonna della Catena-Santissimo costituisce un complesso archeologico potenzialmente straordinario, sigillato dalle frane novecentesche e dalle distruzioni recenti, in attesa di un’indagine archeologica sistematica che restituisca la profondità storica di un paesaggio apparentemente modesto.
Fonte: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002
2.1.6 Il monastero basiliano di Santa Domenica
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
In contrada Santa Domenica, in una posizione strategica a circa un chilometro in linea d’aria dalla Rocca degli Armeni, sorgeva un monastero probabilmente basiliano, circondato da un piccolo villaggio di decine di case. Il complesso era chiaramente leggibile fino agli anni Cinquanta del Novecento, poi le ruspe lo cancellarono per recuperare un migliaio di metri quadri all’agricoltura.
Nel 1998 un sopralluogo del dottor Giacomo Oliva della Sovrintendenza di Reggio Calabria, dopo un incendio che aveva ripulito le sterpaglie, attestò la frequentazione ellenica del sito: emersero numerosissimi frammenti di pithoi ed embrici greci e romani. Quel che restava è stato in larga parte spazzato via.
L2 — Approfondimento
Il monastero di Santa Domenica è una delle perdite più dolorose del patrimonio storico di Ferruzzano. Sculli (2002) lo descrive così: «fino alla fine degli anni Cinquanta esisteva, chiaramente leggibile, un villaggio costituito dai resti di decine di case raccolte attorno al monastero di S. Domenica. Le ruspe hanno svolto la loro funzione, usuale ormai in questa terra senza regole e senza prospettive quale è divenuta la Calabria, spazzando ogni cosa».
La posizione del sito ne suggerisce l’importanza: un pianoro di circa due ettari scarsi, delimitato a ponente da uno strapiombo su contrada Bucci, mentre verso nord, sulla valle di Martisi, i dirupi sono meno decisi e alla base scorre un antico fontanile. La tradizione orale di Bruzzano rivendica Santa Domenica come il sito dove sorgeva la Bruzzano originaria, prima del trasferimento sulla Rocca degli Armeni; un’ipotesi suggestiva, che renderebbe Santa Domenica il primo nucleo storico del feudo.
Il monastero era verosimilmente di rito basiliano, cioè bizantino-greco. I monasteri basiliani in Calabria ebbero un ruolo decisivo nei secoli del dominio bizantino (VI-XI secolo): centri di cultura e di insegnamento religioso, ma anche centri economici importanti, proprietari di vigneti, oliveti, mulini e bestiame. La “bizantinizzazione” della Calabria, accelerata dalla persecuzione iconoclasta dell’VIII secolo, portò centinaia di monaci e religiosi greci nella regione, ed il monastero di Santa Domenica fu probabilmente parte di questa rete capillare.
La distruzione del sito avvenne negli anni Sessanta del Novecento, nel pieno della febbre di riconquista agricola che colpì le aree marginali della Calabria, e per recuperare un migliaio di metri quadri al pascolo o al seminativo, fu cancellato un complesso archeologico potenzialmente di prima importanza per la storia della Calabria bizantina.
Il sopralluogo del 7 dicembre 1998 del dott. Giacomo Oliva della Sovrintendenza Archeologica di Reggio Calabria, dopo un incendio che aveva ripulito il terreno dalle sterpaglie, confermò ufficialmente che si trattava di «un’area di frequentazione ellenica», come dimostravano i numerosissimi frammenti di pithoi ed embrici greci e romani affiorati dalle ceneri. Una conferma tardiva, che certificava ufficialmente la rilevanza storica del sito quando ormai non c’era più nulla da scavare.
Fonte: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002
2.1.7 Il monastero di San Giovanni di Frulizano
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
Nei pressi dell’antico abitato di Ferruzzano, in contrada Fontana dei Frati, le fonti documentano l’esistenza del monastero basiliano di San Giovanni di Frulizano (o Ferlazzano).
Il sito è oggi segnato da numerosi palmenti, segno della vocazione vinicola dell’area, ancora collegata in epoca medievale alla produzione vinicola monastica.
A duecento metri si erge una piccola chiesetta, di interpretazione contesa: siriaca-armena secondo la dott.ssa Paolino di Reggio Calabria; catalana secondo il prof. Domenico Minuto. Le due ipotesi rimangono aperte.
L2 — Approfondimento
Il monastero di San Giovanni di Frulizano è ricordato dalle fonti medievali come uno dei monastero basiliani del territorio. La sua identificazione con il sito di contrada Fontana dei Frati, vicino all’antico abitato di Ferruzzano, è suggerita dal toponimo stesso (dopotutto, “Fontana dei Frati” rinvia alla presenza di una comunità religiosa) e dalla concentrazione di palmenti nell’area, indizio di un’economia vinicola.
I monasteri basiliani della Calabria meridionale erano anche importanti centri produttivi: oltre alla funzione religiosa, gestivano infatti vasti possedimenti agricoli, e in particolare vigneti, oliveti e mulini. Il catasto bizantino della chiesa metropolitana di Reggio (XI secolo), documenta la straordinaria estensione delle proprietà ecclesiastiche, con centinaia di vigneti distribuiti tra gli ospizi, i monasteri e le particelle dei chierici. È proprio in questo quadro che va inserito anche San Giovanni di Frulizano.
A poca distanza dal sito monastico, secondo la testimonianza di Sculli, sorge una piccola chiesa che resta uno dei manufatti più enigmatici del territorio, la cui interpretazione è oggetto di un dibattito di alto livello tra studiosi:
Per la dott.ssa Paolino di Reggio Calabria, si tratta di una chiesetta siriaca-armena, il che attesterebbe la presenza nel territorio di una comunità di rito siro-armeno, forse rifugiatasi in Calabria nei secoli delle persecuzioni iconoclaste (VIII-IX secolo) o delle pressioni musulmane sui territori d’origine (X-XI secolo).
Per il prof. Domenico Minuto, studioso di assoluta autorevolezza sull’architettura calabrese medievale, la chiesetta è invece catalana, il che rimanderebbe a una fase molto più tarda (il dominio aragonese tra XV e XVI secolo) e a una comunità mercantile o militare di origine iberica.
La soluzione potrebbe venire solo da un’analisi architettonica sistematica, integrata da analisi materiche (tipologie murarie, intonaci, eventuali decorazioni) e da datazioni degli strati di costruzione. In assenza di un tale lavoro, la chiesetta resta uno degli enigmi del patrimonio di Ferruzzano: un piccolo edificio che potrebbe testimoniare presenze culturali estremamente diverse e altrettanto significative.
Fonte: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002
2.1.8 La torre di avvistamento di contrada Don Paolo
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
In contrada Don Paolo, lungo un’antica strada di comunicazione, si erge una piccola torre di avvistamento costruita su una roccia. Secondo il prof. Domenico Minuto, l’edificio risale al XIV-XV secolo, e fu costruito in un nodo viario importante per il controllo del territorio.
La caratteristica più sorprendente è che la torre incorpora al suo interno un palmento scavato nella roccia, e all’esterno, sulla stessa roccia, è scolpito un mini-palmento di meno di un metro quadro. In questo interessante luogo, potrete vedere una testimonianza di come difesa, viticoltura e amministrazione del territorio convivono in pochi metri quadrati.
L2 — Approfondimento
La torre di contrada Don Paolo è uno dei manufatti più curiosi del territorio di Ferruzzano: stratta di una piccola torre di avvistamento collocata, secondo l’attribuzione del prof. Domenico Minuto di Reggio Calabria, «nei pressi di un’antica strada selciata, di comunicazione importante nel passato», e datata al XIV-XV secolo.
Le sue dimensioni e la sua morfologia sono notevoli, basti pensare che il manufatto al piano terra è formato da un ingresso e da tre finestre per ogni lato, tranne il lato sud dove si trova la porta; al primo piano, poi, in perfetta corrispondenza, si aprono altre tre finestre. Le mura esterne hanno uno spessore di 53 cm, e il pavimento è ricavato direttamente dalla roccia su cui insiste l’edificio stesso. La torre è inoltre dotata di tre false finestre, originariamente divise con mensole, e da tre finestre strombate vere.
La sua collocazione lungo un’antica strada di comunicazione si spiega con la funzione di controllo del territorio e di rifugio in caso di pericolo. Tra XIV e XV secolo, il territorio era ancora soggetto a incursioni saracene sporadiche, e una struttura come quella di contrada Don Paolo poteva offrire un punto d’osservazione elevato, una postazione di vedetta e un riparo difensivo lungo una via di comunicazione strategica.
Quello che rende il sito davvero singolare è la convivenza tra funzione militare e funzione produttiva: all’interno della torre stessa è scavato nella roccia un palmento di dimensioni normali, completo del suo buttiscu e del piltaci. Si trattava verosimilmente di un palmento al servizio della guarnigione, o forse adibito alla vinificazione di uve provenienti dai vigneti circostanti, da consumarsi proprio nella torre stessa.
Ma c’è di più: «all’esterno sulla stessa roccia è scavato un mini-palmento che occupa assai meno di un metro quadro», come scrive Sculli. La funzione di questo piccolo manufatto resta oscura, ma è comunque uno dei pochi mini-palmenti rilevati nel territorio, e la sua collocazione accanto a una torre medievale e a un palmento “normale” lo rende un caso unico nel panorama dei palmenti calabresi.
Fonte: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002
2.1.9 La chiesa del Rosario
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
La chiesa del Rosario fu costruita nel 1571 a ricordo della vittoria cristiana di Lepanto contro la flotta ottomana.
Sorgeva nella contrada che da essa prese il nome, e accanto si estendeva il cimitero degli Angioletti, dove venivano sepolti i bambini morti in tenera età, considerati innocenti e senza peccato. Gli adulti, invece, erano avvolti in un sudario e inumati sotto il sagrato della chiesa madre.
Alla fine del Settecento una grande frana inghiottì la chiesa e il cimitero, ma la contrada conserva ancora oggi il nome di Rosario.
L2 — Approfondimento
La chiesa del Rosario rappresenta una pagina perduta della storia religiosa di Ferruzzano. Costruita nel 1571, l’anno stesso della battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), nasceva come voto della comunità per la vittoria cristiana sulla flotta turco-ottomana, vittoria che per le comunità costiere calabresi significava la riduzione, anche se non la fine, del pericolo barbaresco. Edifici dedicati alla Madonna del Rosario, costruiti negli anni immediatamente successivi a Lepanto, sono frequenti in tutta l’Italia meridionale.
Sculli ne ricostruisce la fine drammatica: «dall’alto si mosse una frana che coinvolse la chiesa del Rosario, costruita a ricordo della vittoria di Lepanto nel 1571 contro i turchi. La chiesa fu inghiottita dalla frana e distrusse anche il cimitero degli Angioletti». Quest’ultimo particolarmente significativo, e sorgeva accanto alla chiesa: la tradizione documentata da Sculli distingueva nettamente la sepoltura dei bambini, considerati «innocenti e senza peccati morti in tenera età», da quella degli adulti: i piccoli avevano diritto a un cimitero proprio, all’aria aperta accanto a una chiesa; «gli adulti peccatori, venivano avvolti in un sudario e scaraventati sotto il sagrato della chiesa madre». Questa pratica funeraria, attestata in molti paesi del Mezzogiorno, rivela una sensibilità religiosa specifica: i bambini, non avendo raggiunto l’età della responsabilità morale (canonicamente i sette anni), erano destinati senza esitazione al Paradiso e meritavano sepoltura distinta e decorosa; gli adulti, segnati dal peccato originale e dalle colpe personali, condividevano una sepoltura comune sotterranea, in attesa del giudizio finale.
Il riferimento alla vittoria di Lepanto è interessante anche dal punto di vista del rapporto tra la comunità di Ferruzzano e i grandi eventi della storia mediterranea. Una piccola contrada interna alla Calabria meridionale, lontana dai centri politici, costruisce nel 1571 una chiesa per celebrare una battaglia decisa nel Golfo di Patrasso: segno di una circolazione delle notizie e di un coinvolgimento religioso intenso, dato che Lepanto fu vissuta in tutta Italia come una vittoria collettiva della cristianità.
Il palmento di contrada Rosario, ancora oggi visibile non lontano dal sito della chiesa scomparsa, conserva una piccola croce bizantina incisa sopra il foro di comunicazione tra le due vasche, testimonianza di una stratificazione religiosa quindi anteriore a quella del XVI secolo.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
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2.1.12 Le strade selciate e la viabilità antica
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
Il territorio di Ferruzzano è attraversato da una rete fittissima di strade selciate antiche, alcune delle quali sopravvivono ancora oggi e raccontano una storia di duemila anni.
Una delle vie più significative è la strada Ferruzzano-Bruzzano, in parte scavata nella roccia, con i solchi profondi lasciati dai carri ancora visibili. Definita “via del vino” da Domenico Raso nel 2002, era l’asse principale di un paesaggio rurale da forse l’età greca, certamente quella romana, fino al VII secolo d.C., quando vi transitavano i carri carichi di anfore di vino diretti alla costa.
Negli anni 2000 si rischiò di asfaltarla integralmente, ma il rilievo di Sculli ne salvò il riconoscimento come patrimonio storico.
L2 — Approfondimento
Le strade antiche del territorio di Ferruzzano costituiscono uno degli elementi più preziosi del paesaggio storico, ancora oggi in larga parte leggibili. La testimonianza più suggestiva è quella di Domenico Raso, nella prefazione al volume di Sculli del 2002: «dalle parti di Ferruzzano resiste ancora una antichissima strada, di cui una parte, scavata nella roccia, con i segni evidenti dei lunghi e dritti solchi lasciati dal passaggio dei carri; non è più larga di due metri e corre incassata tra le marginature laterali invase da sterpi e da rovi; siccome congiunge direttamente Ferruzzano con Bruzzano, la vorrebbero ora bitumare e i lavori dovrebbero cominciare quanto prima».
Raso propose il nome di “via del vino” per questa antica strada, perché, come scriveva, «un numero notevolissimo di manufatti di paleoviticoltura, segnalati dal Prof. Orlando Sculli, fa di quella strada dismessa da secoli l’asse principale di un paesaggio rurale sparito». La rete di strade selciate del territorio era infatti funzionale al trasporto del mosto dai palmenti delle contrade verso i centri di stoccaggio e commercio della costa, da dove le anfore vinarie partivano via mare verso Roma e gli altri porti del Mediterraneo.
La presenza di una rete viaria così sviluppata in un territorio oggi marginale è uno degli argomenti più forti a sostegno dell’ipotesi di Sculli di una grande produzione vinicola greco-romana e tardo-antica nell’area: «attorno a Ferruzzano questo dedalo di stradine, che dovevano servire le vigne e i palmenti, è ancora chiaramente osservabile senza che se ne capisca oggi la funzione». Negli ultimi cinquant’anni, l’asfaltatura di molte strade e l’abbandono delle altre hanno fatto perdere la leggibilità complessiva di questo sistema viario, ma chi cammina nelle contrade può ancora oggi seguire tratti di selciato antichissimo.
Particolarmente notevole è il tratto di strada selciata che corre per circa 400 metri scavato nella roccia, in vista della Rocca degli Armeni, descritto da Sculli come «strada a lunga percorrenza… circondata da numerosi palmenti e da tanti muri a secco, segno che nel passato il territorio era destinato a vigneti e il vino prodotto veniva destinato all’esportazione in terre lontane». Lungo questo tratto si concentrano alcuni dei palmenti più antichi del comune.
Lo stato di conservazione della viabilità antica varia molto da contrada a contrada. Alcune tratte sono in eccellente stato, altre sono parzialmente coperte da vegetazione spontanea, altre ancora sono state distrutte da movimenti franosi o da interventi recenti. Un rilievo cartografico sistematico, possibilmente integrato a uno studio archeologico, sarebbe oggi la condizione per la conservazione efficace di questo patrimonio.
Il rischio segnalato da Raso nel 2002 — l’asfaltatura della strada Ferruzzano-Bruzzano — è stato in gran parte scongiurato grazie alla risonanza che il volume diede al tema. Resta però attuale il problema della manutenzione: senza una salvaguardia attiva, queste strade rischiano di scomparire silenziosamente nel giro di pochi decenni.
Fonti: Domenico Raso, prefazione a I Palmenti di Ferruzzano, 2002; Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002
2.1.13 La famiglia Caffarelli e l’economia ottocentesca
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
I baroni Caffarelli furono i protagonisti dell’economia di Ferruzzano per buona parte del XIX secolo, dopo l’abolizione della feudalità.
Costruirono una filanda in contrada Calvario, attivarono la gelsicoltura nelle contrade Gurni e Varellina per l’allevamento del baco da seta, gestivano mulini ad acqua e a vento, impiantarono oliveti, e acquistarono progressivamente i fondi un tempo della Chiesa.
Con il barone Lorenzo Caffarelli, uomo di idee liberali, la famiglia si avvicinò al risorgimento. Con la sua vendita finale al banchiere napoletano di origine tedesca Beck, all’inizio del Novecento, si chiuse un capitolo dell’economia ferruzzanese.
L2 — Approfondimento
La famiglia Caffarelli rappresenta uno degli esempi più articolati di trasformazione dell’economia rurale calabrese tra Sette e Ottocento. Sculli (2002) ne traccia la parabola, ricostruendone le attività produttive contrada per contrada.
I Caffarelli avevano la propria dimora in contrada Calvario, dove «costruirono una filanda vicino alla propria dimora» per la lavorazione del baco da seta. Sempre a ridosso della casa avevano fatto costruire «un mulino a vento», mentre rimaneva di loro proprietà «il mulino ad acqua di Bampalona, già del monastero di S. Nicola», un’interessante eredità monastica che attesta il passaggio dei beni della manomorta ecclesiastica alle nuove classi proprietarie dopo le leggi napoleoniche del 1806.
La specializzazione produttiva del feudo Caffarelli copriva l’intero ciclo dell’agricoltura tradizionale: la gelsicoltura (basata sui gelsi le cui foglie servivano a nutrire i bachi da seta) era impiantata nelle contrade Gurni e Varellina, «in ambedue le contrade c’erano le strutture dove avveniva l’allevamento del baco». Gli oliveti erano concentrati nelle contrade Scrissà, Gutti e nelle Badie di Ferruzzano, mentre le contrade Filippello e Coste dell’Abate furono destinate alla cerealicoltura, insieme a parte di Scrissà. I vigneti più fiorenti erano in contrada Gurni e nelle Badie. Le aree più accidentate, infine, venivano usate a pascolo.
La parabola politica della famiglia ha un protagonista significativo: Lorenzo Caffarelli, uomo di idee liberali. Nel 1847, di fronte al malcontento contro i Borboni per le mancate riforme costituzionali, anche Lorenzo «fu pronto a prendere posizione attivamente contro il governo», come scrive Sculli. La neutralizzazione della colonna di insorti guidata da Domenico Romeo di Santo Stefano d’Aspromonte e la fucilazione di alcuni cospiratori (tra cui i Martiri di Gerace) «determinarono in lui una presa di posizione più cauta e prudente»..
La decadenza arrivò all’inizio del XX secolo: «l’ultimo dei Caffarelli aveva svenduto i suoi ultimi terreni, che ammontavano a circa 500 ettari, al banchiere d’origine tedesca, ma residente a Napoli, Beck». Per i braccianti di Ferruzzano la transizione fu peggiorativa: il nuovo proprietario, lontano e impersonale, non manteneva il rapporto di dipendenza paternalistica del vecchio sistema baronale, ma neppure offriva miglioramenti. Fu in questo contesto che, a partire dal 1918, sotto la guida del farmacista Giovanni Sculli, nacque la cooperativa rossa di Ferruzzano, che per due anni occupò il latifondo costiero, dando luogo a una delle lotte contadine più note della Calabria del primo dopoguerra.
Fonte: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002
2.1.14 L’istituzione del Comune di Ferruzzano
Territorio — Categoria 2.1: Patrimonio storico-artistico
L1 — Sintesi introduttiva
Per secoli Ferruzzano è stato un casale di Bruzzano, cioè un insediamento secondario dipendente dal centro maggiore. Con l’abolizione della feudalità nel 1806, decretata dai francesi di Giuseppe Bonaparte, le comunità che componevano il vecchio feudo di Bruzzano poterono costituirsi in comuni autonomi. L’ordinanza del 20 gennaio 1811 del commissario del re sancì definitivamente la nascita del Comune di Ferruzzano, con la separazione tra questo e Bruzzano.
Il 18 maggio 1814 la commissione liquidatrice dei demani ex feudali divise il territorio in base agli abitanti: a Ferruzzano (600 abitanti) furono assegnati tre quinti del territorio; a Bruzzano (400 abitanti) due quinti.
L2 — Approfondimento
La nascita del Comune di Ferruzzano come entità amministrativa autonoma è il risultato di un processo che attraversa le riforme napoleoniche e l’instaurazione di un nuovo ordinamento amministrativo nel Mezzogiorno.
Prima del 1806, Ferruzzano era un casale del feudo di Bruzzano, insieme a Motticella, Casalnuovo d’Africo e altri piccoli centri. Il feudo era ormai di proprietà dei principi Carafa di Roccella, eredi dei Ruffo, dei Centelles, dei De Bravda. Il sistema feudale prevedeva che il signore esercitasse poteri di giustizia, di amministrazione e di tassazione sul territorio, mentre i casali non avevano alcuna soggettività politica autonoma.
L’abolizione della feudalità, decretata da Giuseppe Bonaparte nel 1806 (legge del 2 agosto), trasformò radicalmente il quadro istituzionale. I baroni persero i poteri giurisdizionali, mantennero solo quelli patrimoniali; i casali poterono costituirsi in comuni autonomi; le terre demaniali ex feudali dovettero essere divise tra le comunità interessate. «In base all’abolizione della feudalità nacquero i comuni e si decise, da parte degli abitanti dei casali che costituivano l’ex ducato di Bruzzano, di costituirsi in comuni autonomi», scrive Sculli.
Il momento decisivo è il 20 gennaio 1811: «con l’ordinanza del 20 gennaio 1811 del commissario del re fu decisa definitivamente la divisione tra Bruzzano e Ferruzzano». Da questa data Ferruzzano è un comune autonomo, con propri organi di governo, propria amministrazione, propria identità giuridica.
Restava da dividere il territorio, e l’operazione fu compiuta il 18 maggio 1814 dalla commissione liquidatrice dei demani ex feudali, secondo il principio della proporzionalità demografica: «In virtù di questo principio a Ferruzzano, che contava 600 abitanti, furono assegnati i 3/5 del territorio, a Bruzzano, che ne contava 400, furono assegnati i 2/5». I due periti nominati furono Domenico Oliva per Bruzzano e Rocco Verduci per Ferruzzano.
La nuova autonomia comunale incise profondamente sulla storia successiva di Ferruzzano: nel corso dell’Ottocento il comune visse un periodo di forte crescita demografica, alimentato dall’arrivo di nuove famiglie da paesi vicini (Bianco, Brancaleone, Caraffa) attirate dalle opportunità agricole. Il comune divenne anche teatro di lotte politiche e sociali significative, dal Risorgimento (con i Caffarelli liberali e i carbonari) al primo dopoguerra (con la cooperativa rossa di Sculli farmacista e l’occupazione del latifondo costiero del principe di Roccella). La vicenda comunale è insomma un caso esemplare di come il piccolo territorio come questo abbia attraversato le grandi trasformazioni della modernità.
Fonte: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002
2.2.1 I doni rituali dell’uva
Territorio — Categoria 2.2: Tradizioni locali
L1 — Sintesi introduttiva
A Ferruzzano, fino agli inizi del Novecento, ci si scambiava grappoli d’uva come oggi ci si scambiano fiori o cioccolatini per le feste.
I doni più preziosi erano i grappoli della famiglia Romeo-Pedullà di contrada Judario: grappoli di Cerasola e di Petrisa Janca raccolti dalla loro vigna, posati in panieri di canna e verga confezionati apposta, portati a piedi fino al paese e consegnati alle famiglie distinte.
I due appuntamenti cadevano sempre uguali: la Madonna della Catena ai primi di settembre, quando la Cerasola era appena matura, e la Madonna dell’Addolorata verso la metà del mese, quando era venuta a maturazione anche la Petrisa Janca.
L2 — Approfondimento
La tradizione dei doni d’uva è documentata da Sculli nella scheda della Cerasola di Ferruzzano, attraverso la testimonianza della signora Santa, moglie di Antonino Romeo, che custodiva nella vigna di contrada San Pietro gli ultimi due esemplari sopravvissuti di questo vitigno. Era stata Santa stessa a trasferire la pianta dalla vigna paterna di contrada Judario al sito attuale, al momento delle nozze.
La signora Santa raccontava a Sculli che «la sua famiglia aveva sempre utilizzato l’uva di quella vite solo per fare dei doni durante il periodo estivo a persone di riguardo che restavano stupefatti nell’osservare i grappoli belli da vedere e si provava quasi un disagio a rovinarli, mangiandone gli acini». L’uva, in questa pratica, diventava oggetto rituale di scambio, e la sua bellezza estetica era parte della sua funzione sociale.
I due appuntamenti del calendario devozionale segnavano le tappe del rito. Ai primi di settembre, in occasione della festa della Madonna della Catena, Santa ricordava che «dentro un paniere confezionato apposta, di canna e verga, i suoi grappoli venivano portati in dono ad un cugino professionista di Bruzzano». Verso la metà dello stesso mese, «un altro paniere sempre nuovo, veniva riempito in occasione della Madonna dell’Addolorata e regalato ad un’altra famiglia distinta del paese». È interessante cogliere la sua dimensione cerimoniale attraverso alcuni interessanti dettagli che sottolineano il dono d’uva era come gesto di codifica sociale:
innanzitutto il paniere nuovo, infatti la signora Santa insisteva sul fatto che ogni paniere fosse confezionato apposta, in canna e verga, e usato una sola volta in quanto parte del dono.
poi la coppia di varietà, Cerasola al primo dono, Petrisa Janca al secondo, ciascuna con il proprio momento di maturazione e la propria identità sensoriale. La Cerasola dai grappoli rossi e tondi come ciliegie, di una bellezza visiva straordinaria; la Petrisa Janca dura, dolce e croccante, «degna compagna di viaggio verso le mense di riguardo».
infine la scelta dei destinatari: non chiunque, ma “persone di riguardo”, “famiglie distinte del paese”.
Fonte: Orlando Sculli, Cerasola di Ferruzzano (scheda varietale)
2.2.2 I dolci natalizi e l’uva passa
Territorio — Categoria 2.2: Tradizioni locali
L1 — Sintesi introduttiva
A Ferruzzano, fino a poche generazioni fa, i dolci natalizi erano l’esito di un lavoro che cominciava in agosto, con la vendemmia della Guardavalle di passuli, la vite che produceva l’uva da essiccare.
Dopo una rapida immersione in acqua bollente, i grappoli venivano stesi al sole per due o tre giorni, poi infornati per completare l’appassimento. La preparazione finale era un rito comunitario: «le vecchie con pochi denti e i bambini con i denti aguzzi, seduti al braciere», eliminavano lentamente i vinaccioli dall’uva passa, che insieme ai fichi secchi sarebbe diventata l’anima dei dolci.
L2 — Approfondimento
I dolci natalizi della Locride costituiscono uno dei capitoli più ricchi della tradizione gastronomica calabrese: nacatole, petrali, chinulille, crustoli e altri prodotti ripieni o fritti che dovevano la loro caratteristica all’uso di un ingrediente fondamentale: l’uva passa locale, ricavata da una varietà specifica e attraverso un processo lungo e collettivo.
Sculli ricostruisce il percorso di questa tradizione: «in ogni vigna a Ferruzzano, oltre ai nerelli, venivano messi a dimora numerose viti della Guardavalle di passuli, ossia la vite che dava l’uva da appassire nel forno, dopo una rapida immersione nell’acqua bollente, e dopo una certa esposizione al sole che durava due tre giorni, per preparare i dolci natalizi».
La Guardavalle di passuli era una vite specializzata nell’appassimento. A Bianco, paese vicino, Sculli documenta l’esistenza di dieci varietà diverse di Guardavalle, segno di una selezione locale articolata e antichissima. Tutte «davano un tono particolare ai vini, in quanto li dotavano di una buona sapidità e addirittura di una certa stabilità»: ma la loro funzione principale, a Ferruzzano, era quella di produrre l’uva da essiccare.
Il processo di lavorazione si articolava in più fasi:
la vendemmia avveniva tra fine agosto e inizio settembre, quando i grappoli erano completamente maturi
subito dopo la raccolta i grappoli venivano immersi rapidamente in acqua bollente (una pratica tradizionale che si chiamava “scottare” e che serviva a rompere la pellicola cerosa degli acini, facilitando l’essiccazione successiva)
i grappoli poi erano stesi su graticci di canna ed esposti al sole per due o tre giorni.
l’ultima fase era l’infornata, a forno spento dopo la cottura del pane, quando il calore residuo poteva completare l’asciugatura senza bruciare l’uva.
La preparazione propriamente detta dei dolci avveniva tra fine novembre e dicembre, ed è in questa fase che entra in scena la dimensione più suggestiva del rito: «dato che era raramente diffusa l’uva apirene per l’uva passa, le vecchie con pochi denti e i bambini con i denti aguzzi, seduti al braciere, lentamente eliminavano i vinaccioli dall’uva passa, che assieme ai fichi secchi costituiva l’elemento determinante per preparare i dolci natalizi».
I dolci natalizi erano l’esito condensato di un anno di lavoro agricolo: la coltivazione delle viti, la vendemmia, l’essiccazione, la pulizia dei semi, e infine la preparazione finale.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
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2.4.1 Il lentisco (Pistacia lentiscus)
Territorio — Categoria 2.4: Flora
L1 — Sintesi introduttiva
Il lentisco (Pistacia lentiscus) è uno dei protagonisti della macchia mediterranea sulla costa di Ferruzzano.
Arbusto sempreverde alto fino a tre o quattro metri, dalle foglie coriacee e lucide, è uno dei pochi vegetali capaci di prosperare sui terreni argillosi del litorale, dove la siccità estiva è severa e l’aria è carica di salsedine.
Sculli lo segnala esplicitamente come dominante della vegetazione costiera: «prevaleva sulla costa il lentisco e la calicotome o ginestra spinosa». In passato era utilizzato per la sua resina aromatica e come fonte di un olio da ardere ricavato dai giovani polloni.
L2 — Approfondimento
Il lentisco (Pistacia lentiscus) è la pianta-simbolo della macchia mediterranea della costa ionica. Appartiene alla famiglia delle Anacardiacee, la stessa del pistacchio coltivato, ed è strettamente legato alla storia del Mediterraneo per i suoi molteplici usi.
Sculli ne registra la presenza dominante sulla costa di Ferruzzano: «la vegetazione che cresceva con una certa difficoltà, era costituita da macchia mediterranea, dove prevaleva sulla costa il lentisco e la calicotome o ginestra spinosa». La pianta è perfettamente adattata alle condizioni della fascia costiera: le foglie coriacee, ricche di cera vegetale, riducono al minimo la traspirazione; le radici profonde raggiungono l’umidità del sottosuolo anche nelle estati più torride.
Il lentisco produce piccoli frutti drupacei, prima rossi e poi neri a maturazione, che maturano tra agosto e ottobre e costituiscono nutrimento per molti uccelli. Da questi frutti, in passato, si ricavava un olio commestibile, sebbene di qualità mediocre. Più importanti erano altri due prodotti:
Il primo è la resina che essuda dai tronchi incisi: questa resina, lavorata, dà origine al mastice, usato per millenni come gomma da masticare profumante, conservante per cibi, antisettico orale e dentifricio naturale. Il mastice dell’isola di Chio, prodotto da una varietà selezionata di lentisco, è ancora oggi una denominazione di origine protetta, e in passato era una delle merci più preziose del commercio mediterraneo.
Il secondo è l’olio d’illuminazione ricavato dai giovani polloni. Come ricorda Sculli, «i giovani polloni di lentisco e di olivastro davano l’olio per ardere quando pestati»: una tecnica antica, praticata nelle famiglie contadine fino al primo Novecento, che permetteva di ottenere un combustibile per le lucerne domestiche senza dover acquistare olio d’oliva, troppo costoso per essere bruciato.
Nel paesaggio attuale di Ferruzzano il lentisco è ancora ovunque sui terreni costieri e collinari più aridi. Lo si riconosce a vista per le foglie composte da numerose foglioline ellittiche, lucide, di colore verde scuro, e per la tipica forma cespugliosa, con i rami che partono da una base unica e si aprono a ventaglio.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
2.4.2 La calicotome o ginestra spinosa (Calicotome spinosa)
Territorio — Categoria 2.4: Flora
L1 — Sintesi introduttiva
La calicotome (Calicotome spinosa), nota a Ferruzzano come “ginestra spinosa”, è una delle piante più diffuse della macchia mediterranea costiera.
A fine primavera ricopre le colline con i suoi fiori gialli intensi, ma quando ci si avvicina rivela la propria difesa: rami legnosi terminanti in lunghe spine, capaci di formare barriere invalicabili nei terreni abbandonati.
Sculli ne ricorda l’espansione aggressiva con un esempio significativo: nel podere abbandonato del dott. Messinò, «la ginestra spinosa impedisce persino il transito».
L2 — Approfondimento
La calicotome o “ginestra spinosa” (Calicotome spinosa), appartenente alla famiglia delle Leguminose, è insieme al lentisco la specie più caratteristica della macchia mediterranea costiera di Ferruzzano. Sculli la cita esplicitamente come componente dominante: «prevaleva sulla costa il lentisco e la calicotome o ginestra spinosa».
Si distingue per due caratteristiche immediate: la fioritura gialla intensissima a fine primavera e le spine acuminate in cui terminano molti rami legnosi. La pianta forma cespugli compatti alti fino a due metri, fittissimi alla base, e cresce su terreni poveri, calcarei o argillosi, dove pochissime altre essenze leggere riescono ad attecchire. La sua importanza ecologica è duplice:
come pianta pioniera, riconquista in pochi anni i campi abbandonati, dove forma popolamenti compatti e difficilmente penetrabili. Sculli ne offre un’illustrazione concreta nel caso del podere del dott. Domenico Messinò, un tempo coltivato a frutteto sperimentale (con annone, cachi, pesche-noci), poi abbandonato dopo la sua morte: «la ginestra spinosa impedisce persino il transito», scrive Sculli, descrivendo come la macchia abbia letteralmente sigillato l’accesso al podere.
La seconda funzione è quella di miglioratrice dei suoli: come tutte le Leguminose, la calicotome è dotata di noduli radicali con batteri azoto-fissatori (Rhizobium), capaci di catturare l’azoto atmosferico e renderlo disponibile per il suolo. Una vegetazione a calicotome arricchisce nel tempo il terreno di nitrati, preparando il terreno per essenze più esigenti.
I fiori della calicotome, di un giallo intenso simile a quello della ginestra dei carbonai (Spartium junceum), compaiono tra aprile e giugno e attirano un gran numero di insetti impollinatori. È una pianta importante per le api da miele: il miele di calicotome ha un sapore amarognolo molto apprezzato.
Nella tradizione contadina la pianta aveva pochi usi pratici, oltre a quello di combustibile minore: le spine la rendevano difficile da maneggiare, e i rami legnosi non erano abbastanza grossi da fornire travi o utensili.
Nel paesaggio attuale di Ferruzzano la calicotome è ancora abbondantissima, soprattutto nelle aree non coltivate e nei tratti di costa più aridi. Le esplosioni di colore giallo di fine maggio, che ricoprono interi versanti, sono uno degli spettacoli paesaggistici più caratteristici della macchia mediterranea calabrese.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
2.4.3 Il tamerice africano (Tamarix africana)
Territorio — Categoria 2.4: Flora
L1 — Sintesi introduttiva
Il tamerice africano (Tamarix africana) segna nel paesaggio di Ferruzzano la traccia dell’acqua che scorre solo nei mesi più piovosi. Sculli lo localizza con precisione: «ai bordi di piccoli corsi d’acqua stagionali, legati alla piovosità autunno-invernale, cresce il tamerice africano». Lo si trova lungo i fossi e le fiumarelle che scendono verso il mare, dove altre piante non resisterebbero alla salinità del suolo.
Piccolo albero dalla chioma leggera e dalle foglie squamose simili a quelle di un cipresso miniatura, è perfettamente adattato agli ambienti salmastri e ai terreni difficili della fascia costiera.
L2 — Approfondimento
Il tamerice africano (Tamarix africana) appartiene a una famiglia, le Tamaricacee, che ha sviluppato un’evoluzione specializzata per gli ambienti più ostili: deserti, suoli salini, sponde di corsi d’acqua salmastri. È una pianta che vive in molti luoghi del Mediterraneo, ma trova in Calabria un habitat particolarmente favorevole.
Sculli lo segnala nel contesto della macchia mediterranea costiera di Ferruzzano, «ai bordi di piccoli corsi d’acqua stagionali, legati alla piovosità autunno-invernale». La sua presenza disegna nel paesaggio una geografia idrica nascosta, cioè il reticolo delle fiumarelle e dei fossi che si attivano solo nei mesi delle piogge, e che restano asciutti nel resto dell’anno.
Può raggiungere i sei-otto metri di altezza, ma a Ferruzzano si presenta più spesso come cespuglio o piccolo albero di tre o quattro metri. Le foglie sono ridotte a squame minute di colore verde-grigiastro, che ricoprono i rami sottili dando alla chioma un aspetto piumoso, simile a quello dei cipressi più piccoli. La fioritura, da aprile a giugno, produce piccoli grappoli di fiori rosa o bianchi che attirano molti insetti.
L’aspetto più sorprendente della pianta è la sua capacità di tollerare la salinità del suolo: le radici assorbono l’acqua salmastra, ma la pianta è dotata di ghiandole sulle foglie che secernono il sale in eccesso, eliminandolo prima che possa danneggiare il metabolismo interno. È una strategia evoluta che le permette di crescere dove la maggior parte delle altre piante muoiono di stress osmotico, in particolare nelle zone retrodunali, nelle fiumare salmastre, nei greti dei fossi costieri.
Dal punto di vista ecologico, il tamerice è una pianta utilissima per la stabilizzazione dei suoli: le sue radici trattengono il terreno lungo i corsi d’acqua stagionali, riducendo l’erosione causata dalle piene autunnali. Forma piccoli boschetti ripariali che ospitano fauna e flora minore tipica degli ambienti di transizione tra terra e acqua.
Nella tradizione contadina della costa ionica calabrese, il legno del tamerice è stato usato modestamente per attrezzi minori, per palizzate temporanee e per combustibile. Più rilevanti erano gli usi delle parti aeree: le galle (escrescenze prodotte da insetti parassiti) erano usate in passato per le loro proprietà astringenti, e la corteccia conteneva tannini utili per la concia delle pelli.
Oggi il tamerice africano resta presente nei tratti più conservati del litorale di Ferruzzano, ma la cementificazione costiera e la modifica dei regimi idrici dei fossi naturali hanno ridotto in molti luoghi le sue popolazioni.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
2.4.4 Il pero selvatico o perastro (Pyrus pyraster)
Territorio — Categoria 2.4: Flora
L1 — Sintesi introduttiva
Il pero selvatico, noto a Ferruzzano come “perastro” (Pyrus pyraster / Pyrus amygdaliformis), è una pianta apparentemente modesta che nasconde una radice fittonante, la quale scende dritta nel terreno fino a raggiungere l’umidità nascosta nel sottosuolo. Grazie a questa strategia, il perastro prospera là dove l’ulivo soffrirebbe di asfissia radicale e il melo non resisterebbe alla siccità estiva.
La sua funzione storica è molto interessante: per secoli i contadini lo hanno usato come portainnesto, innestandovi sopra le varietà antiche di pero, che senza la robustezza del perastro non sarebbero sopravvissute.
L2 — Approfondimento
Il pero selvatico (Pyrus pyraster nelle zone collinari, Pyrus amygdaliformis nelle aree più aride) è la specie di pero nativa del Mediterraneo, da cui derivano in larga parte le varietà coltivate. È un albero o cespuglio di dimensioni medie, dotato di rami spinosi, foglie ovali e fiori bianchi a fine inverno. Come Sculli ricorda «notevole è la presenza di peri selvatici che con la loro radice fittonante, penetrano in profondità nel terreno raggiungendo l’umidità e riescono a prosperare e di conseguenza essi venivano innestati nell’antichità con tantissime varietà di peri antiche usati a tutt’oggi».
La radice fittonante è la caratteristica che ha permesso al perastro di sopravvivere nei terreni più asciutti di Ferruzzano. A differenza degli ulivi, che sviluppano un apparato radicale espanso ma superficiale e soffrono nelle terre asfittiche, e a differenza dei meli, che hanno bisogno di terreni profondi e umidi, il perastro affonda nel suolo una radice principale dritta, capace di raggiungere falde di umidità in profondità. È la stessa strategia evolutiva di alcune piante del deserto: investire nella profondità anziché nell’espansione superficiale.
Su questa robustezza si è costruita la frutticoltura tradizionale del territorio, dato che da tempo immemore i contadini hanno selezionato esemplari di perastro vigorosi, innestandovi sopra varietà antiche di pero selezionate per la qualità del frutto: il Pero Angelica di Ferruzzano, il Pero Belladonna o Gambe di Donna, e altre colture locali che senza la base del perastro non sarebbero sopravvissute alla siccità calabrese.
La tecnica è quella dell’innesto a corona o a doppio spacco, praticata in primavera o a fine inverno: si recide il perastro a una certa altezza, si pratica una fenditura, si introducono una o più marze (gemme con un piccolo pezzo di ramo della varietà desiderata), si sigilla con argilla e si protegge dall’essiccazione. In pochi anni la pianta produce frutti della varietà innestata, mentre la sua “anima” (l’apparato radicale) resta quella del perastro selvatico.
Anche le pere selvatiche del perastro (i pirastri, nel dialetto locale) hanno un loro valore. Sono piccole, dure, astringenti se mangiate fresche, ma diventano dolci dopo essere state “intossate” (lasciate maturare a lungo dopo la raccolta) o cotte: si usavano per fare composte, marmellate, conserve, e talvolta venivano essiccate al sole come dolce contadino.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
2.4.5 La vite silvestre del Bosco di Rudina
Territorio — Categoria 2.4: Flora
L1 — Sintesi introduttiva
Molto prima che qualcuno piantasse un vigneto, la vite cresceva già da sola sulle colline di Ferruzzano. Si arrampicava sulle querce del Bosco di Rudina, cercando la luce in cima agli alberi più alti, e produceva grappoli selvatici che venivano raccolti e pigiati nei palmenti più antichi del territorio.
La vite silvestre (Vitis vinifera sylvestris) esiste in tre forme: maschile, femminile ed ermafrodita. La scelta delle viti ermafrodite, le uniche capaci di fruttificare da sole, è stata uno dei gesti fondativi della viticoltura mondiale, e qui nel Bosco di Rudina sopravvivono ancora gli ultimi esemplari di tutte e tre le forme: testimoni viventi di una popolazione che un tempo contava migliaia di piante.
L2 — Approfondimento
Il Bosco di Rudina, dichiarato Sito di Interesse Comunitario negli anni Ottanta del Novecento per la presenza di essenze vegetali tipiche di quote più elevate, custodisce le ultime viti silvestri del territorio. Sculli descrive la loro particolarità biologica così: «le viti silvestri si dividono in maschili, che impollinano le viti femminili, le viti femminili, che ricevono il polline da quelli maschili e le viti ermafrodite che non hanno bisogno di essere impollinate da quelle maschili».
Questa distinzione ci aiuta a capire come è nata la viticoltura: le viti maschili producono solo polline, le femminili producono uva ma necessitano di un’impollinazione esterna; solo le ermafrodite sono autonome. Quando, millenni fa, i primi viticoltori cominciarono a selezionare le piante da coltivare, scelsero proprio le ermafrodite, capaci di garantire una produzione costante senza dipendere da altre piante. Ogni vigneto del mondo discende da quella scelta antichissima.
Nel Bosco di Rudina le viti silvestri hanno potuto sopravvivere grazie alla presenza delle querce monumentali, che fungevano da sostegno. La vite selvatica, infatti, non si regge da sola: si arrampica, cerca la luce in alto, ha bisogno di un albero che la accompagni verso il sole. Per millenni il sistema ha funzionato, e ancora prima dell’arrivo dei Locresi le uve selvatiche venivano raccolte e vinificate in alcuni dei palmenti più antichi del territorio, quelli che ancora oggi si trovano disseminati tra i sentieri del bosco.
Tutto cambiò nel 1937, quando il bosco fu disboscato completamente. Sculli documenta la conseguenza diretta di quel taglio: «smise la vinificazione delle uve delle viti silvestri perché mancò il sostegno vivo per esse, che vanno alla ricerca della luce in cima agli alberi alti che furono anche tagliati». Senza le querce su cui arrampicarsi, le viti selvatiche persero la propria base; gran parte della loro popolazione scomparve, e con essa una continuità ininterrotta di vinificazione che durava da prima della colonizzazione greca.
Oggi nel Bosco di Rudina sopravvivono pochi esemplari di tutte e tre le forme (maschili, femminili, ermafroditi) in un bosco parzialmente ricresciuto. Sono l’ultimo legame vivente con la viticoltura più antica del territorio, quella che precedeva i Locresi e che continuò ad alimentare i palmenti del bosco per secoli, accanto ai vigneti coltivati delle contrade collinari.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti; Relazione sui palmenti di Ferruzzano
2.4.6 Il leccio del Bosco di Rudina (Quercus ilex)
Territorio — Categoria 2.4: Flora
L1 — Sintesi introduttiva
Il leccio (Quercus ilex) è la quercia sempreverde che caratterizza il Bosco di Rudina, ed è la specie dominante della lecceta mista che ricopre buona parte del bosco.
Lo si trova in tutte le contrade del Bosco di Rudina dove Sculli ha rilevato palmenti scavati nella roccia: Valle di Ceraso, Pinnia, Portella, Zakarìa. La presenza è talmente caratterizzante che ha dato nome a un toponimo: Serro dell’Ilice, ilex essendo il nome latino del leccio.
Sotto i lecci, talvolta, le radici si insinuano direttamente dentro le vasche dei palmenti abbandonati: in contrada Pinnia, Sculli documenta un palmento occupato da tre piante di leccio.
L2 — Approfondimento
Il leccio (Quercus ilex) è la quercia sempreverde più caratteristica del Mediterraneo, specie dominante delle leccete miste che ricoprono i versanti collinari in tutta la regione mediterranea. Nel Bosco di Rudina, il leccio è la specie che dà struttura all’intero ecosistema forestale. Sculli (2002), nella sezione del volume sul censimento dei palmenti del Bosco di Rudina, registra metodicamente la composizione vegetale del bosco intorno a ogni palmento, e il leccio compare in modo dominante in tutte le contrade indagate.
Il palmento n. 126 in contrada Valle di Ceraso è ubicato «in una lecceta mista a farnetti».
Lo stesso per il n. 127 e per il n. 128 in contrada Pinnia.
Il n. 130 si trova «in una lecceta dove ci sono presenze di farnetto ed amplifolia».
Il n. 131 è in «una lecceta mista a phillerea, a corbezzolo, erica arborea».
Il leccio raggiunge altezze di 15-20 metri quando le condizioni sono favorevoli, ma a Ferruzzano si presenta più spesso come albero medio o come ceppaia, a causa dei tagli successivi cui è stato sottoposto nei secoli. Le foglie sono coriacee, lucide, di colore verde scuro nella pagina superiore, biancastre e tomentose nella pagina inferiore. La forma delle foglie varia molto, anche nello stesso albero: ovate e dentate (simili all’agrifoglio) sui rami bassi e giovani, ovali e a margine intero sui rami più alti e maturi.
La produzione di ghiande è abbondante negli anni favorevoli, e le ghiande del leccio sono storicamente state un’importante risorsa alimentare: per il bestiame (soprattutto maiali in pascolo libero) ma anche, in tempi di carestia, per l’alimentazione umana. La macinazione delle ghiande e la loro mescolanza con farina di cereali produceva un pane scuro, amaro, ma nutriente.
Dal punto di vista forestale, il leccio offre un legno durissimo e pesante, uno dei più duri tra le specie europee. Per questo era apprezzato come legna da ardere (di lunghissima durata) e come legno da carpenteria per parti soggette ad attrito intenso (assi di carri, perni, manici di attrezzi). I tagli ripetuti del Bosco di Rudina, in particolare il taglio raso del 1937, hanno fortemente impoverito il bosco di esemplari monumentali, ma le ceppaie hanno mantenuto la copertura vegetale e la lecceta si è progressivamente riformata.
Il toponimo “Serro dell’Ilice”, una delle contrade del Bosco di Rudina, fissa nel paesaggio toponomastico il rilievo della specie. Ilex è infatti il nome latino del leccio, conservato direttamente nella forma calabrese: un’altra delle testimonianze della profondità storica della frequentazione del bosco.
Una delle immagini più suggestive è quella del palmento n. 129 in contrada Pinnia, «occupato da tre piante di leccio» che hanno colonizzato la vasca dentro la quale, in altri tempi, si vinificava l’uva.
Fonte: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002
2.4.7 Il farnetto del Bosco di Rudina (Quercus frainetto)
Territorio — Categoria 2.4: Flora
L1 — Sintesi introduttiva
Il farnetto (Quercus frainetto) è la quercia caducifoglia che accompagna il leccio nella formazione mista del Bosco di Rudina. Diversamente dal leccio sempreverde, il farnetto perde le foglie in inverno e mostra a fine autunno una vivace livrea giallo-bruna, che spezza il verde compatto della lecceta circostante.
Sculli documenta nel Bosco di Rudina un esemplare di farnetto particolarmente notevole: a due metri dal palmento n. 135 in contrada Serro dell’Ilice si trova un farnetto «con il tronco dal diametro di 85 cm», un albero centenario, probabilmente uno dei più antichi del bosco superstite al taglio del 1937.
L2 — Approfondimento
Il farnetto (Quercus frainetto, noto anche come Quercus farnetto nella vecchia nomenclatura) è una quercia caducifoglia tipica dell’Italia meridionale e dei Balcani, particolarmente diffusa nei boschi collinari del Mezzogiorno. È una delle specie più maestose del genere Quercus, con esemplari adulti che possono raggiungere i 25-30 metri di altezza.
Nel Bosco di Rudina il farnetto è la principale specie compagna del leccio. Sculli (2002) lo registra nelle schede dei palmenti del bosco: palmento n. 126 «in una lecceta mista a farnetti», palmento n. 127 «in una lecceta mista a farnetti», palmento n. 128 «in una lecceta mista a farnetti», e così via fino al palmento n. 135 in contrada Serro dell’Ilice. La lecceta mista a farnetti è la formazione forestale dominante del Bosco di Rudina.
La caratteristica più immediata del farnetto, rispetto al leccio sempreverde, è la chioma caducifoglia: le foglie cadono in autunno, dopo aver assunto colorazioni dal giallo al bruno, e ricrescono in primavera. Questo ciclo stagionale è una delle ragioni della bellezza del Bosco di Rudina, dove il verde compatto delle leccete è interrotto a fine autunno dalle macchie giallo-brune dei farnetti spogliantisi e in primavera dal verde tenero delle nuove foglie.
Le foglie del farnetto sono caratteristiche: profondamente lobate, con sei-otto coppie di lobi arrotondati, di colore verde brillante nella stagione vegetativa. Si distinguono facilmente dalle foglie più piccole della quercia “comune” europea (Quercus robur, non presente in questi boschi). Le ghiande del farnetto, simili a quelle del leccio ma più allungate, maturano in autunno e cadono al suolo, dove costituiscono nutrimento per la fauna selvatica.
Particolarmente significativa è la testimonianza di Sculli (2002) su un esemplare monumentale di farnetto nel Bosco di Rudina: nella scheda del palmento n. 135 in contrada Serro dell’Ilice, scrive: «A 2 metri verso ovest c’è un farnetto con il tronco dal diametro di 85 cm». Un farnetto con questa circonferenza ha verosimilmente almeno un secolo, e potrebbe essere significativamente più antico: tutti gli alberi del Bosco di Rudina superiori ai 90 anni sono testimoni della rinascita del bosco dopo il taglio raso del 1937, e gli esemplari più grossi tra essi sono un patrimonio botanico da rilevare e preservare attivamente.
Nella storia delle querce del Bosco di Rudina, il farnetto ha avuto un ruolo importante anche come sostegno vivo per le viti silvestri, dato che le viti selvatiche del bosco si arrampicavano indistintamente sui lecci e sui farnetti, cercando la luce in cima alle chiome. Il taglio raso del 1937, che colpì entrambe le specie di quercia, fu fatale per la popolazione di viti silvestri perché eliminò il loro sostegno indispensabile.
Fonte: Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano, Edizioni Palazzo Spinelli, 2002
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2.5.1 La Cerasola di Ferruzzano
Territorio — Categoria 2.5: Varietà agricole autoctone
L1 — Sintesi introduttiva
La Cerasola di Ferruzzano è una vite da tavola con acini rossi e rotondi come ciliegie (cerasa in dialetto è la ciliegia).
Era la vite della famiglia Pedullà, antichi notabili di Ferruzzano Superiore, e oggi sopravvive in soli due esemplari, allevati a pergola nella vigna di Antonino Romeo e della signora Santa, in contrada San Pietro.
Per generazioni l’uva di questa vite è stata usata solo per fare doni rituali in occasione delle feste mariane di settembre.
L2 — Approfondimento
La Cerasola è una vite da tavola di prima qualità: produce grappoli compatti, dai chicchi grossi e tondi, di un rosso intenso che ricorda esattamente la ciliegia matura, dal sapore dolce, gradevole, leggermente acidulo.
La pianta era originaria della vigna Pedullà in contrada Judario. Quando la signora Santa Pedullà si sposò, trasferì una talea della Cerasola nella vigna di famiglia del marito in contrada San Pietro. Qui sopravvivono oggi gli ultimi due esemplari, «allevati a pergola, potati a spalla perché potessero fruttificare». L’uso della Cerasola era principalmente rituale: i grappoli venivano ma portati in dono in occasione delle feste della Madonna della Catena e della Madonna dell’Addolorata, in panieri di canna e verga confezionati apposta.
La straordinarietà della Cerasola, secondo l’ipotesi di Sculli, è anche la sua possibile origine storica: la vigna Pedullà di Judario sorgeva nel “villaggio degli ebrei”, un sito potenzialmente molto interessante, abitato da una comunità ebraica medievale di cui ancora si conosce poco. È probabile che proprio quella comunità «producesse vino Kosher, contenuto in urne, destinate ad altre comunità ebraiche lontane, sulle cui anse era impressa la Menorah» secondo le ricerche di Sebastiano Stranges. Oggi, scrive Sculli, «la vigna ormai è arrivata al capolinea e sta per essere estirpata e forse sarà risparmiata la Cerasola, degna della mensa di un re, ma non è detto che non sarà cancellata per sempre».
Fonte: Orlando Sculli, Cerasola di Ferruzzano (scheda varietale)
2.5.2 La Lacrima Cristi e il Nerello di Ferruzzano
Territorio — Categoria 2.5: Varietà agricole autoctone
L1 — Sintesi introduttiva
La Lacrima Cristi di Ferruzzano e il Nerello di Ferruzzano sono i due vitigni storici del comune. Il primo è bianco, dal grappolo dorato a maturazione; il secondo è rosso, di colore intenso e profumo netto.
L’analisi del DNA condotta a Portici dall’Università Federico II di Napoli ha rivelato che la Lacrima Christi è straordinariamente simile alla Coda di Volpe campana, il vitigno con cui oggi si produce un vino archeologico imparentato con l’antico Falerno.
Il Nerello, secondo Sculli, era il vino quotidiano di Ferruzzano: «in ogni vigna, oltre ai nerelli» si piantavano le altre uve, la base del paesaggio vitivinicolo del comune.
L2 — Approfondimento
Nei territori collinari tra le fiumare di Bruzzano (l’antico Caicìno) e di Bonamico (l’antico Buthrotus) sono sopravvissuti due vitigni che Sculli ha identificato e documentato come autoctoni di Ferruzzano: la Lacrima Cristi e il Nerello.
La Lacrima Cristi di Ferruzzano è un’uva bianca da cui in antichità si ricavava il vino Caicìno, citato da Ateneo di Naucrati nella sua opera Schiavi e servi. I dotti a banchetto, dove veniva paragonato al Falerno prodotto in Campania, il vino più rinomato dell’antichità romana.
Una ventina di anni or sono, scrive Sculli, «un ricercatore della facoltà di agraria di Portici, che dipende dall’Università Federico II di Napoli, prese dal mio campo di salvataggio le punte apicali della Lacrima Cristi, che risultò identica, in seguito all’estrazione del DNA, alla Coda di Volpe campana, con le uve della quale viene ricavato un vino archeologico». Ne consegue una interessante ipotesi storica: se la Coda di Volpe campana e la Lacrima Cristi calabrese sono geneticamente molto simili, è plausibile che entrambe discendano da un vitigno comune di età romana o magnogreca, diffuso lungo le rotte commerciali tra Calabria ionica e Campania. Il Nerello di Ferruzzano è invece la vite rossa che non poteva mancare a tavola e nelle vigne di paese.
Negli ultimi vent’anni, in contrada Santa Domenica, è stata reimpiantata una piccola vigna «composta interamente da viti locali, che danno un esito positivo mescolati assieme».
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
2.5.3 L’Ulivo del Krisma (Leucolea)
Territorio — Categoria 2.5: Varietà agricole autoctone
L1 — Sintesi introduttiva
L’ulivo del Krisma o leucolea è una varietà rarissima che a maturazione produce olive candide come l’avorio.
Nei poderi dei monasteri basiliani della Locride, dove era piantato per disposizione religiosa, dalle sue drupe si ricavava l’olio del Krisma: l’olio sacro usato per le unzioni dei funzionari imperiali bizantini e dei prelati. Profumato con essenze odorose, diventava myron, l’olio dell’unzione liturgica.
Salvato da Sculli a partire dagli anni Novanta, è oggi diffuso a Ferruzzano, Bianco, Mammola, Saracena, in Toscana, in Veneto, e dal 2011 anche nei Giardini Vaticani.
L2 — Approfondimento
L’ulivo del Krisma è probabilmente il più importante recupero varietale operato da Sculli sul patrimonio agricolo della Locride. La sua storia è insieme un’indagine etnobotanica, un’archeologia liturgica e una vera e propria operazione di conservazione attiva.
Il punto di partenza è una memoria orale del territorio: «nel territorio della Locride si raccontava che nei poderi dei monasteri basiliani, appartenenti all’ordine di S. Basilio di Neocesarea sul Ponto esisteva un biotipo di ulivo che a maturazione produceva olive candide e che era considerato sacro». Una trentina d’anni fa, in un’area agricola abbandonata di Ferruzzano, Sculli individuò «un ulivo dentro un’enorme siepe, che produceva olive bianche»: l’esemplare confermò l’esistenza della varietà. Da lì cominciò una ricerca trentennale che portò all’identificazione di altri esemplari a Bianco, a Mammola, e in altre località della Calabria.
Il significato religioso della varietà fu chiarito dalla testimonianza del defunto Bruno Casile, ellenofono di Bova: «l’ulivo dalle drupe bianche veniva chiamato leucolea e […] veniva piantato solo nei campi dei monasteri greco-ortodossi, perché se ne ricavasse l’olio del Krisma, ossia quello che serviva per le unzioni dei funzionari imperiali bizantini e dei prelati; era interdetto piantarli in altri ambiti».
A Gerace, città bizantina per eccellenza della Calabria, il defunto Antonio Laganà manteneva un campo di conservazione con 79 biotipi di ulivi del territorio. Egli aveva una conoscenza specifica del leucolea, che chiamava «leucocaso, ossia la bianca di Kasos, l’isola dell’Egeo da cui era originario».
Il prof. Daniele Castrizio, papas greco-ortodosso a Reggio e numismatico dell’Università di Messina, ha precisato la natura del prodotto liturgico: «probabilmente dalle olive bianche si ricavava l’olio da unzione, che, profumato con essenze odorose non conosciute, si trasformava in myron». Il myron è l’olio benedetto usato nelle unzioni più solenni del rito greco-ortodosso (battesimo, cresima, ordinazioni episcopali, incoronazione degli imperatori bizantini).
Ulteriori conferme sono emerse da altre fonti. Fedele Lamenza dell’azienda “Pompilio” di Saracena trovò due ulivi bianchi centenari nell’orto di un ex convento dei Cappuccini di Saracena, «incendiato dai Piemontesi nel 1861 […] l’olio era usato dai monaci per illuminare la chiesa, in quanto, bruciando, non produceva molto fumo, forse perché povero di grassi». Il dott. Cesare Scarfò ha invece reperito un testo dell’epoca borbonica che cita, tra le quattordici varietà più importanti del Regno delle Due Sicilie, l’«oliva bianca o Abicora» che dava «frutti minuti e bianchi come l’avorio, olio bianchissimo come l’acqua».
La varietà è stata reintrodotta a Ferruzzano, Bianco, Mammola; Teresio Leoncini la sta diffondendo in Toscana e l’ha portata nei Colli Euganei e in Veneto; un vivaista catanese ha prelevato marze a Ferruzzano per la Sicilia; Pino Baffa la sta riproducendo a Taggia. Nel dicembre 2011, Sculli portò in Vaticano un ulivo del Krisma, che fu messo a dimora nei Giardini Vaticani e consegnato nel governatorato al cardinale Sciacca.
Fonte: Orlando Sculli, L’Ulivo del Krisma (scheda varietale)
2.5.4 L’Ulivo della Madonna (Leucocarpa)
Territorio — Categoria 2.5: Varietà agricole autoctone
L1 — Sintesi introduttiva
L’ulivo della Madonna, varietà Leucocarpa, è imparentato con l’ulivo del Krisma ma se ne distingue per il ciclo cromatico delle drupe.
Le olive cominciano bianche a fine luglio, diventano candide ad agosto, mantengono il candore fino a fine novembre, poi all’improvviso virano al rosa, al lilla e infine al violaceo nei primi giorni di dicembre.
A Razzà, frazione di Brancaleone, sopravvive un esemplare quasi monumentale con un tronco di un metro di diametro, vecchio di almeno centocinquant’anni. Altri esemplari si trovano a Palizzi, Ardore, presso l’abbazia basiliana di Santa Maria di Tridetti a Staiti, e a Ferruzzano, dove Sculli ha innestato la varietà su oleastri locali.
L2 — Approfondimento
La Leucocarpa è una varietà di olivo dalle drupe candide, in tutto simile all’ulivo del Krisma per il colore bianco delle olive ma distinta da esso per due caratteristiche: la maggiore pezzatura dei frutti e, soprattutto, il viraggio cromatico finale che porta le olive a passare dal bianco al violaceo nel corso del mese di dicembre.
Le drupe della Leucocarpa, scrive Sculli, «già alla fine di luglio cominciano a diventare bianche, poi alla fine di agosto diventano candide e mantengono il loro candore fino alla fine di novembre, ma poi all’improvviso ai primissimi giorni di dicembre virano e diventano prima rosa, poi lilla scuro, ed infine violacee». Una metamorfosi tardiva, che la distingue nettamente dall’ulivo del Krisma vero e proprio, le cui drupe restano sempre candide o color avorio fino alla raccolta.
Interessante è la sua distribuzione geografica nella Calabria ionica: a Palizzi la varietà è presente in svariati esemplari, alcuni ubicati sul Capo della Lisa non lontano dalla Torre Rotta, nella proprietà del barone Harimberg; altri sono presenti negli orti delle case all’entrata di Palizzi Marina. Una signora del posto raccontò a Sculli che «gli ulivi che abbelliscono il suo giardino furono piantati dal nonno, morto più di venti anni addietro» un’informazione che permette di datare l’impianto al primo Novecento, ma non di stabilire l’origine remota della varietà.
A Ardore, il prof. Giuseppe Bova accompagnò Sculli nel 1994 nel podere del maestro Grenci, dove furono prelevati gli innesti per riprodurre la varietà a Ferruzzano. Sempre ad Ardore, nel campo di Natalino Zuccalà in contrada Notaro, fu identificata una giovane pianta di Leucocarpa, innestata da Natalino con le marze di un ulivo monumentale di svariate centinaia di anni, ulivo poi distrutto da un incendio appiccato dai pastori. Natalino confermò la denominazione popolare: «ad Ardore era chiamato l’Ulivo della Madonna».
Una scoperta importante è quella di Razzà, frazione di Brancaleone: «la pianta di Brancaleone è quasi monumentale, in quanto il suo tronco ad un metro e trenta dal suolo lambisce il metro di diametro ed un ulivo per raggiungere tale dimensione impiega più di centocinquanta anni». È l’esemplare più antico oggi noto della Leucocarpa in Calabria, e la sua presenza confuta l’ipotesi che la varietà sia un’introduzione recente dalla Sicilia. Sculli lo osservò dal 2013 al 2015 e poté confrontarne le drupe con quelle di Palizzi, Ardore e Ferruzzano: «sono risultate identiche, dalla pezzatura più grande della Geracese».
Un’altra presenza significativa è quella di Staiti, dove un esemplare di Leucocarpa è stato individuato «a trenta metri dall’abbazia basiliana di Santa Maria di Tridetti»:,un dato che rafforza l’ipotesi del legame storico tra questa varietà e i monasteri greco-ortodossi del territorio, coerente con quanto già documentato per l’ulivo del Krisma.
Fonte: Orlando Sculli, Ulivo della Madonna, varietà Leucocarpa (scheda varietale)
2.5.5 Il Melo delle Vigne di Placanica
Territorio — Categoria 2.5: Varietà agricole autoctone
L1 — Sintesi introduttiva
Il Melo delle Vigne di Placanica è una varietà di melo straordinaria per le sue dimensioni: a maturità non supera i 90-100 centimetri di altezza, simile a una vite allevata ad alberello.
Il nome ne rivela la funzione: si chiama “Melo delle Vigne” perché la sua piccola dimensione gli permette di essere piantato dentro un vigneto senza disturbare le viti con cui non entra in competizione radicale.
I frutti, di sette centimetri di diametro, gialli a maturazione, sono dolci ma poco conservabili. La pianta è stata portata a Ferruzzano da Santo Strati di Caulonia e qui sopravvive nel campo di salvataggio di Sculli.
L2 — Approfondimento
Il Melo delle Vigne di Placanica è una delle cultivar più singolari del repertorio frutticolo calabrese: una varietà nanizzante per natura e capace di restare a misura di vigneto per l’intero ciclo di vita.
Tutto cominciò quando Sculli andò a far visita a Santo Strati a Caulonia, in contrada Candidati. Il podere di Strati, denominato Fego Strati, è una piccola arca di Noè agricola: catalano bianco, pompelmo rosa, navel e Washington navel, giuggiole, prugni rari, e altri frutti coltivati nel piccolo regno. Al momento dei saluti, Santo regalò a Sculli «una pianta di melo di luglio, contenuta in una fitocella», specificando che avrebbe prodotto i frutti ai primi di luglio.
Tornato a Ferruzzano, Sculli piantò la piccola pianta a fine febbraio, aggiungendo nella buca «sabbia di fiumara che avrebbe avuto la funzione di favorire la radicazione della stessa in un terreno a forte tenore di argilla». Per cinque anni la pianta crebbe lentissimamente, circa quindici centimetri all’anno. Il sesto anno, dopo una concimazione con guano (importato dal Cile, sterilizzato e insaccato), accelerò la crescita raggiungendo i «90 cm».
Sculli telefonò allora a Santo Strati per chiedere come si chiamasse la varietà. Strati confessò di non conoscere il nome locale: «egli aveva tenuto d’occhio per qualche anno una pianta in una vigna di Placanica e poi nel tempo propizio aveva staccato una talea radicata alla base ed aveva riprodotto la pianta». Sculli si rivolse allora all’ex sindaco di Placanica Mario Clemeno, senza esito; poi al prof. Giuseppe Zurzolo di Bivongi, che «mi diede tutte le notizie riguardanti tale varietà di melo». Zurzolo spiegò che «si chiama Melo delle Vigne in quanto per la sua piccola dimensione può benissimo essere messo a dimora in una vigna e non disturbare le viti come capita a tutte le altre piante, dagli ulivi, ai peri, ai fichi ecc. Infatti esso assume le dimensioni di una vite allevata ad alberello, per cui le sue radici non disturbano le viti, con cui non entra in competizione». Zurzolo aggiunse l’esistenza di una varietà ancora più piccola, chiamata Melo di Grasta (dal greco grasta, “vaso”), che può essere addirittura allevato in vaso.
La pianta di Ferruzzano fiorì poi ai primi di marzo, producendo «fiori vermigli» che si trasformarono in mele già accennate ai primi di maggio. A metà giugno le mele raggiunsero la dimensione definitiva: «le mele più grandi, su circa una dozzina, risultarono di circa sette cm di diametro». A inizio luglio maturarono completamente, virando al giallo paglierino. Una mela piccola, dolce, ma fragile: «quando raggiungono una maturazione eccessiva, esse diventano stoppose quindi non gradevoli; bisogna pertanto mangiarle un po’ acerbe, quando sono migliori di qualità».
Fonte: Orlando Sculli, Melo delle vigne di Placanica (scheda varietale)
2.5.6 Il Pero Belladonna o Gambe di Donna
Territorio — Categoria 2.5: Varietà agricole autoctone
L1 — Sintesi introduttiva
Il Pero Belladonna, noto anche come Gambe di Donna, è una varietà di pero rara che ha rischiato la scomparsa definitiva nel 2020. L’unico esemplare noto, in contrada Bonamico nel comune di San Luca, fu dato alle fiamme poco prima di una visita di Sculli e Sergio Guidi (allora dirigente dell’Arpa Emilia Romagna).
La salvezza arrivò una settimana dopo: a Calaria, sempre a San Luca, l’amico Massimo Vigilante fotografò un secondo pero della stessa varietà. Sculli prelevò le marze e le innestò su un perastro a Ferruzzano nel podere di Antonio Ambrosini. La varietà è oggi salva.
L2 — Approfondimento
La storia del Pero Belladonna è uno degli episodi più recenti e drammatici del lavoro di salvaguardia sulle varietà antiche della Locride, e si è svolta interamente nel 2020.
Il nome della varietà è controverso: a San Luca veniva chiamata “Belladonna”, secondo la testimonianza di Sebastiano Giorgi. A Bova, in epoca antica, veniva detta “Gambili donna”, termine «probabilmente greco, [che] non stava a significare gambe», secondo l’interpretazione di Sculli. A Ferruzzano sopravvivono due esemplari di una varietà che produce frutti piccoli e gradevolissimi, maturi a giugno, designata localmente con il nome dialettale di “Gambi di donna”, che probabilmente è una corruzione del termine greco originario.
La vicenda recente comincia l’11 luglio 2020, quando Sculli compie una lunga escursione nell’Aspromonte sulla guida di Antonio Stranges, grande conoscitore del territorio di San Luca. La giornata, in onore di Sergio Guidi (allora appena in pensione dall’Arpa Emilia Romagna), porta il gruppo dal casello di Cano fino alla Valle Infernale, dove si trova la Quercia Madre o Demetra, indicata come una delle querce più antiche d’Europa. Al ritorno, sulla riva di destra del Bonamico, Stranges constata con rammarico che «era stato dato fuoco all’unico esemplare della varietà di pero Belladonna, che sopravviveva nel Comune di San Luca».
La svolta arriva il 18 luglio, appena una settimana dopo. Massimo Vigilante, funzionario di Calabria Verde, si trova per lavoro in contrada Calaria a San Luca. Vicino a un abbeveratoio, vede in un campo recintato «un bell’esemplare di pero» i cui rami in parte sporgono dalla recinzione. Fotografa alcune pere, ne assaggia una, e manda la foto a Sculli con la richiesta di identificare la varietà. Sculli non la riconosce: si rivolge ad Antonio Stranges. Stranges, al ricevimento della foto, «fu molto contento… in quanto ebbe modo di constatare che la varietà che egli aveva giudicato unica e che era stata bruciata a ridosso della riva di destra del Bonamico, sopravviveva in un’altra contrada del suo paese». Sebastiano Giorgi, esaminando le foto, conferma il riconoscimento ma propone una correzione di denominazione: «riconobbe dai frutti la varietà che egli conosceva, ma con un nome diverso ossia con quello di Gambe di donna; non aveva sentito mai parlare fra l’altro della varietà Belladonna».
Giorgi procura le marze; Sculli le innesta «su un perastro in un campo a Ferruzzano del mio amico e vicino Antonio Ambrosini» e affida un’altra marza a Santino Panzera, che aveva acquistato 160 piantine di perastro a Soveria Mannelli. In cambio, Sculli dona a Giorgi marze del Pero Greco di Motticella (salvato dall’acquarellista Mico Marino) e dell’Angelica, varietà tipica di Ferruzzano.
Le caratteristiche organolettiche della varietà sono note grazie all’assaggio di Vigilante: «i suoi frutti sono attaccati poco dalla mosca, sono belli da vedere e buoni, dal gusto soave, con la grana pastosa, ma succosa». Quando Vigilante tornò il 25 luglio per assaggiare i frutti completamente maturi, però, l’albero era stato spogliato: «non ritrovò neppure una pera, ma tante foglie per terra in quanto qualche capraio le aveva buttate giù per le sue bestie».
Fonte: Orlando Sculli, Belladonna di San Luca (scheda varietale)
2.5.7 Il Ciliegio Santa Nucita
Territorio — Categoria 2.5: Varietà agricole autoctone
L1 — Sintesi introduttiva
Il ciliegio Santa Nucita è una varietà bizantina di ciliegio sopravvissuta nelle aree montane di Guardavalle attorno alla contrada di Elce della Vecchia.
Il nome conserva una memoria greca: Nucita deriva da Nike, vittoria, e significa “vittoriosa”. L’area attorno alla pianta è punteggiata di riferimenti bizantini: il monastero di San Giovanni Theristis, il romitorio di Monte Stella, la Cattolica di Stilo.
La varietà ha una particolarità: non ha bisogno di essere innestata per essere riprodotta, perché le piccole piante che nascono sotto la pianta madre sono già domestiche, è sufficiente trapiantarle.
L2 — Approfondimento
Il ciliegio Santa Nucita è una varietà che racconta in poche caratteristiche la lunga storia dell’agricoltura calabrese: l’origine asiatica del genere Cerasus, il passaggio attraverso il Ponto e il Mediterraneo orientale, l’arrivo a Roma dopo le campagne di Lucullo, la diffusione nelle terre temperate dell’Impero, e infine l’arrivo nelle aree montane della Locride bizantina, dove ha conservato per oltre un millennio una denominazione greca.
«Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia afferma che nel 74 a.C., il condottiero romano Lucio Licinio Lucullo, dopo aver sconfitto Mitridate re del Ponto, ritornando dall’oriente introdusse a Roma il ciliegio. Esso fu chiamato cerasus, perché egli ne aveva gustato i frutti, restando estasiato, a Cerasunte città marittima del Ponto», ci racconta Sculli. Cerasunte è l’attuale Giresun in Turchia, sulla costa meridionale del Mar Nero. Il ciliegio si diffuse rapidamente in Italia e «in seguito in tutte le aree temperate, ma fredde dell’impero romano», trovando in Calabria un habitat naturale collinare e montano particolarmente favorevole.
La varietà Santa Nucita sopravvive oggi in un’area ristretta delle aree montane di Guardavalle, attorno alla contrada di Elce della Vecchia. Sculli ne riconosce la qualità eccezionale: «per bellezza, ma anche per gradevolezza è molto difficile trovare delle ciliegie paragonabili a quelle offerte dal ciliegio denominato Santa Nucita». La polpa non è tenera ma «dura, croccante, dolce, con una leggerissima punta di amarognolo»; i frutti sono di pezzatura medio-grossa, con un «colore delicatissimo tendente all’arancio».
La caratteristica più singolare della varietà, dal punto di vista agronomico, è la sua propagazione vegetativa per polloni domestici. Sculli riporta la spiegazione del dott. Francesco Quaranta, presidente dell’Associazione Punta Stilo, che presentò il ciliegio Santa Nucita durante la festa del grano dedicata al Senatore Cappelli a Pietra Rotta di Guardavalle: «tale varietà, quando bisogna diffonderla, non ha necessità di essere innestata su un portainnesto in quanto è sufficiente estirpare le piante già domestiche che crescono sotto la pianta madre». Una caratteristica rara nei ciliegi, che normalmente producono polloni di ciliegio selvatico (acerbo, da innestare); il Santa Nucita produce invece polloni già “domestici”, riproduzioni geneticamente identiche della pianta madre.
Fonte: Orlando Sculli, Il ciliegio Santa Nucita (scheda varietale)
2.6.1 Argilla e arenaria: due ambienti, due destini
Territorio — Categoria 2.6: Geologia
L1 — Sintesi introduttiva
Il territorio di Ferruzzano, esteso per circa diciotto chilometri quadrati, è geologicamente diviso in due ambienti.
Lungo la costa prevalgono i terreni argillosi: argille grigie che d’estate, in mancanza di umidità, si fendono in fessure profonde da cui evapora ogni residuo d’acqua. Sono terreni adatti a cereali e foraggi autunno-invernali, ma inadatti alla vite e all’ulivo.
Salendo in collina cambia tutto: l’arenaria giallastra si sfarina lentamente in terreno sciolto, adatto alla viticoltura. Le rocce più dure della stessa arenaria, invece, hanno offerto agli antichi la materia da scavare per ricavare i palmenti.
L2 — Approfondimento
La fascia costiera è dominata dalle argille grigie: «terreni costituiti da una forte componente di argilla grigia, che in assenza di umidità in estate si caratterizzano per le notevoli fenditure delle parti in superficie che portano all’evaporazione dell’umidità dai terreni stessi». Queste argille «derivano da granuli di silicati di alluminio idrato, nati dalla disgregazione di rocce feldspatiche e silicee», il prodotto finale di una lunga storia di erosione delle montagne dell’Aspromonte.
Queste argille fendono in crepe profonde, lasciando evaporare ogni residuo d’acqua. Sono terreni che soffrono terribilmente la siccità prolungata, e per questo, scrive Sculli, «i terreni fortemente argillosi fino ad una settantina di anni addietro, erano utilizzati per le coltivazioni tipiche dell’autunno-inverno e del primo periodo primaverile, quando venivano coltivati a grano e a cereali in genere che necessitano di una certa piovosità nei periodi sopraindicati».
L’arenaria è invece la caratteristica del paesaggio agricolo collinare, una roccia sedimentaria composta da granuli di sabbia cementati nel tempo. Nella sua versione più friabile, l’arenaria si sfarina facilmente, producendo terreno sciolto, ben drenato e povero di argilla, tutte condizioni ideali per la vite.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
2.6.2 Le fiumare come confini storici
Territorio — Categoria 2.6: Geologia
L1 — Sintesi introduttiva
I due fianchi geografici di Ferruzzano sono segnati da due fiumare antiche.
A nord scorre il Bonamico, l’antico Buthrotus. A sud scorre la fiumara di Bruzzano, che gli antichi chiamavano Caicìno e che, secondo Tucidide, ospitò una battaglia tra locresi e reggini durante la guerra del Peloponneso.
L2 — Approfondimento
A Ferruzzano due fiumare delimitano l’intero territorio comunale: il Bonamico a nord e la fiumara di Bruzzano a sud.
La fiumara di Bruzzano era nell’antichità chiamata Caicìno, e attorno alle sue rive si concentrava la viticoltura più rinomata della Locride meridionale. Tucidide ricorda una «battaglia combattuta nei pressi di tale corso d’acqua tra locresi e reggini, durante la guerra del Peloponneso», un riferimento che colloca il Caicìno come confine politico-militare già nel V secolo a.C., quando la fiumara separava il territorio locrese dal reggino. Su queste rive si produceva il famoso vino Caicìno, che Ateneo di Naucrati nel II secolo d.C., nella sua opera Schiavi e Servi. I dotti a banchetto, «paragona al Falerno, prodotto in Campania», cioè al vino più rinomato dell’antichità romana. come affine alla Coda di Volpe campana, con cui oggi si produce un vino archeologico imparentato con il Falerno).
La fiumara di Bonamico segna invece il confine settentrionale del territorio, che Sculli identifica nel Buthrotus degli antichi. La fiumara nasce dalle pendici dell’Aspromonte e scende verso lo Ionio attraversando uno dei paesaggi più antichi e meno conosciuti della Calabria meridionale.
Una ulteriore precisazione sui confini territoriali antichi è offerta da Eliano, nella sua opera La natura degli animali, dove «afferma che il confine tra la repubblica di Reggio e lo stato locrese, era determinato da un fiume che era largo appena un plettro (30 metri)». Sculli identifica questa descrizione con la fiumara di Palizzi, che «corre incassata in una gola stretta poco prima della foce» più a sud delle fiumare di Bruzzano e Bonamico. Da questo possiamo desumere che il territorio di Ferruzzano, tra Bruzzano e Bonamico, ricadesse interamente nello stato locrese, il che troverebbe conferma nelle tracce archeologiche: «sall’attuale territorio di Palizzi fino a quello di Brancaleone sono rari i palmenti scavati nella roccia, in tutto una decina, ma diventano numerosissimi tra la fiumara di Bruzzano e quella di Bonamico», un cambio di densità così netto da testimoniare l’intensità della viticoltura locrese rispetto al territorio reggino confinante. Sono circa settecento i palmenti censiti tra le due fiumare; numerosissimi quelli del comune di Ferruzzano, l’area di massima concentrazione.
Fonte: Orlando Sculli, Il territorio di Ferruzzano e i suoi palmenti
Contenuto in arrivo.
1. Cannizza da venti tomoli di grano
Cultura materiale contadina – Stanza 2, Il patrimonio materiale – didascalia da teca
SCHEDA TECNICA Materiale: canne di fiume | Capienza: ~20 tomoli | Altezza: [ ] | Diametro: [ ]
Grande cesto cilindrico intrecciato a mano con canne di fiume, tagliate d’inverno e ammorbidite in acqua per renderle flessibili prima della tessitura. Costruita su misura per contenere il raccolto di un’intera annata – fino a venti tomoli, l’antica unità di misura dei cereali. Alla base, una piccola finestra chiusa da un panno: aperta, faceva defluire il grano in un crivello posto sotto di essa.
2. Braciere (con la sua conca)
Cultura materiale contadina – Stanza 2, Il patrimonio materiale – didascalia da teca
SCHEDA TECNICA Materiale: rame | Provenienza: fonderie di Campobasso | Diametro: [ ] | Altezza: [ ]
Contenitore in rame, largo e basso, con due manici per il trasporto dal focolare, dove veniva riempito di braci con una paletta costruita dagli zingari. Portato in una stanza lontana dal fumo, scaldava le sere fredde d’inverno: attorno a esso si radunavano fino a dieci persone, anziani e bambini, mentre i ragazzi giocavano fuori. Le donne più giovani commentavano le vicende amorose del paese, le anziane raccontavano fiabe ai piccini. Talvolta era posto dentro una conca di legno, tonda o, nelle famiglie più abbienti, poligonale, su cui si appoggiavano i piedi.
3. Gambello
Cultura materiale contadina — Stanza 2, Il patrimonio materiale — didascalia da teca
SCHEDA TECNICA Materiale: legno durissimo (specie non specificata nella bozza) | Portata: fino a un quintale e mezzo | Dimensioni: [ ]
Attrezzo triangolare in legno durissimo, costruito da contadini esperti per reggere il peso di un maiale macellato (anche oltre il quintale). Il maiale, legato per le zampe posteriori, vi veniva appeso durante la macellazione domestica, un momento importante nell’economia della famiglia contadina: le parti meno pregiate finivano in caldaia sulla brace, mentre la carne migliore diventava salsicce, soppressate e capocolli.
4. Gramone
Cultura materiale contadina – Stanza 2, Il patrimonio materiale – didascalia da teca
SCHEDA TECNICA Materiale: vaglio metallico, fondo di latta forata | Diametro: ~50 cm | Fori: ø 3 mm | Pareti: ~15 cm
Vaglio metallico usato alla fine della trebbiatura per separare il grano dalle ultime impurità. Agganciato a un tridente di legno tenuto verticale, veniva dimenato delicatamente da un lavorante mentre un secondo vi versava il grano: quello pulito cadeva su un lenzuolo steso sull’aia. Il raccolto si misurava poi in tomoli (44 kg) e quarti, e veniva caricato sul basto di un asino per il trasporto in paese.
5. Cugnetto
Cultura materiale contadina -Stanza 2, Il patrimonio materiale -didascalia da teca
SCHEDA TECNICA Materiale: terracotta | Altezza pareti: 25-30 cm | Diametro: ~20 cm | Colore: bianco sporco
Recipiente in terracotta per la conservazione sotto sale delle alici. Le alici arrivavano in paese grazie alle «sardinare» -le mogli dei pescatori di Bianco che, a partire da aprile, percorrevano l’entroterra con le cassette in testa, annunciando il loro arrivo a voce alta: un rito atteso, a cui accorrevano soprattutto gli anziani, memori delle sardinare di un tempo, ricompensati con qualche pesce in dono. Le alici, pulite in mare, venivano disposte nel cugnetto a strati alternati con sale grosso e peperoncino. A chiudere, un disco di legno (timpano, o coperchio) e sopra una pietra pesante (màzara, o pressa) per compattarle. Dopo circa tre mesi di salamoia, erano pronte.
6. Serra a quattro mani (o serruni)
Cultura materiale contadina – Stanza 2, Il patrimonio materiale – didascalia da teca
SCHEDA TECNICA Materiale: legno e metallo (specie e dettagli non specificati nella bozza) | Lunghezza: variabile secondo l’uso, da 1,5 a oltre 3 m
Grande sega azionata da due persone insieme, che tirano alternativamente ciascuna verso di sé – da qui il nome «a quattro mani». Era appannaggio quasi esclusivo dei boscaioli di professione: più il tronco da abbattere era spesso, più lunga doveva essere la serra, fino a superare i tre metri per gli alberi monumentali. Solo le famiglie con piccoli boschi da diradare ne possedevano esemplari più corti. I denti venivano affilati e divaricati ogni giorno, per mantenerla sempre efficiente.